Rai: le volontà privatizzatrici di chi del tema sa poco o nulla

RAICAVALLOPer decenni la RAI è stata privatizzata: metà ai partiti, l’altra metà ai pubblicitari. Gli uni e gli altri hanno cercato di farne uno strumento docile per i loro interessi. Lottizzandola i primi, riempiendola di “spazzatura” i secondi, in concorrenza con Mediaset. A dispetto delle convenzioni e dei contratti di servizio che la vorrebbero al servizio dei cittadini, la RAI non è mai stata un vero servizio pubblico. Lo sanno tutti come  utenti, io lo so un po’ di più perché ci ho lavorato  trent’anni. “No, non è la BBC”, cantavamo qualche hanno fa, con invidia. Poi dall’invidia sono nate delle proposte di legge, che ancora, in Parlamento, nessuno prova almeno a discutere. Svendere ora la RAI, sia pure in parte, non vuol dire solo spegnere la speranza di fare di questa nostra azienda un vero servizio pubblico che, sul modello della BBC e di altre televisioni europee, metta la qualità professionale al di sopra dei profitti. Vuol dire  anche rinunciare all’effetto trainante che la concorrenza del servizio pubblico può esercitare sulla tv commerciale, lasciare campo libero ai produttori di “spazzatura”. Articolo 21, con la collaborazione di altre libere associazioni di cittadini e di  un gruppo di parlamentari  che ad essa fanno riferimento, ha giurato di opporsi, con ogni mezzo, ad ogni forma, vecchia o nuova, di privatizzazione e fare finalmente della RAI un bene comune . Diamoci una mano.(nandocan).

di Vittorio Emiliani, 23 novembre 2013* – E’ una collaudata aspirazione di una certa frangia, spero non maggioritaria, dell’Ulivo prima e del Pd ora di privatizzare in tutto o in parte la Rai. Ricordo un convegno al cinema Cola di Rienzo, se non sbaglio, dove esponenti autorevoli dell’area ulivista sostennero come ricetta salvifica per il sistema radiotelevisivo italiano la vendita sul mercato di due reti Rai sulle tre di allora, senza tener conto del fatto che con una sola rete la Rai sarebbe morta il giorno dopo. Nel periodo breve del governo D’Alema un alto dirigente della Rai venne fermato davanti a Palazzo Chigi dall’allora consigliere del principe (oggi Scelta Civica, forse coi montiani, forse no) Nicola Rossi il quale gli annunciò: “Guarda che per ferragosto privatizziamo la Rai per decreto”. Non voleva essere una battuta ferragostana, quindi influenzata dai colpi di sole, ma un annuncio politico.

Per fortuna quel governo passò presto e del proposito di privatizzare la Rai per decreto non si parlò più. Ora però le volontà privatizzatrici riemergono con forza e se ne fa portatore Yoram Gutgel, consigliere economico di quel Matteo Renzi che probabilmente l’8 dicembre sarà il vincente delle primarie per la segreteria del Pd e l’aspirante al ruolo di premier, quindi non un personaggio qualunque. Tutt’altro che isolato peraltro Gutgel, perché dopo il ministro Saccomanni e il sottosegretario Catricalà, spunta anche lo sforbiciatore principe, reduce dagli Usa, Carlo Cottarelli. Tutta gente che sul pianeta Rai-Tv sa poco o nulla.

Che la Rai abbia bisogno di una incisiva riforma lo sosteniamo da anni e anni, i termini della riforma sono pure abbastanza chiari e riguardano anzitutto gli organismi di garanzia sovraordinati. Ma privatizzare, a questo punto, vuol dire rottamare e mettere i rottami nelle braccia del privato che ha il denaro fresco per acquistarli. Un vecchio, vecchissimo gioco che però la stanca gestione attuale della Rai, senza un guizzo di inventiva, può finire per convalidare.

*Giornalista, scrittore, politico,ex consigliere di amministrazione RAI. Da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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