Rai, in atto da mesi una vasta offensiva per privatizzarla. Qualcuno se n’è accorto?

RAI-Viale-Mazzini-RomaSarà il governo delle cosiddette “larghe intese” a porre in atto, confondendola fra le risposte da dare alla crisi, la più volte minacciata “privatizzazione” della RAI? Che ci stiano pensando lo ha confermato purtroppo a “Che tempo che fa” il ministro dell’economia Saccomanni, ma negli ambienti conservatori e liberisti, come in quelli tutt’altro che liberali della P2,  se ne parla da decenni. La privatizzazione di fatto da parte dei partiti che hanno lottizzato l’azienda fino dagli anni ottanta e ancora oggi consentono al suo principale concorrente, Silvio Berlusconi, la maggioranza dei voti nel consiglio di amministrazione, evidentemente non basta. Non è riuscita ad omologare completamente il servizio pubblico e l’austerità è un’ottima occasione per sferrare l’attacco decisivo. Mai come in questo caso resistere è un dovere. Renato Parascandolo, coordinatore del progetto di Articolo 21 e della fondazione Di Vittorio per dare finalmente una carta di identità alla RAI con il rinnovo della convenzione previsto nel 2016, richiama l’attenzione sui segnali che rendono l’ipotesi di un appalto almeno parziale del servizio pubblico ai privati tutt’altro che improbabile (nandocan). 

di Renato Parascandolo, 27 ottobre 2013* – Siamo stati preveggenti, alcuni mesi fa, quando con tre anni di anticipo, abbiamo posto all’attenzione dell’opinione pubblica, dei media e della politica il rinnovo della Concessione in esclusiva alla Rai del Servizio pubblico radiotelevisivo aprendo un’ampia consultazione popolare, rivolta soprattutto ai giovani, per riscrivere la “carta d’identità “della Rai.

Ne è una conferma la nonchalance con la quale il Ministro Saccomanni ha ammesso, a “Che tempo che fa”, che il Governo sta pensando alla privatizzazione della Rai, smentendo clamorosamente il Presidente del Consiglio che, sin dal suo insediamento, ha ripetutamente affermato che: “la privatizzazione della Rai non è un tema nel programma del mio governo”!
Non è un mistero che vi siano poteri di varia natura che concertino per smantellare la Rai approfittando della prossima scadenza della Concessione (maggio 2016), mentre è a dir poco inquietante la sottovalutazione di questa offensiva da parte dei tradizionali difensori del servizio pubblico.
Per avere un quadro preciso dell’attacco in corso, basta mettere in ordine le tessere del mosaico.

1) Nei giorni immediatamente successivi alla soppressione, ipso facto, della televisione pubblica greca (11 giugno 2013) viene reso pubblico uno studio di Mediobanca Securities molto dettagliato che stima in 2,47 miliardi il valore di mercato della Rai nel suo complesso mentre chi volesse acquistarne solo una porzione, ad esempio le frequenze e le torri di Rai Way, dovrebbe sborsare 600 milioni di euro. (Viene da chiedersi: chi ,e per quali motivi, ha commissionato questo studio a Mediobanca?)
2) il 2 luglio, intervenendo al convegno del CNEL, indetto da Articolo 21 e Fondazione di Vittorio, il viceministro Catricalà precisa che la data del 6 maggio indica la scadenza e non il rinnovo della Concessione alla Rai e che, pertanto, quest’ultima potrebbe essere messa a gara.
3) Nei giorni del ferragosto (sic!) il Ministero dello Sviluppo invia alla Rai una nuova versione del Contratto di Servizio, frutto, a quanto si dice, piuttosto di una imposizione che di una concertazione tra le parti. Tutte le modifiche sembrano mirare allo stesso scopo: predisporre alla privatizzazione. Si conferma, tra l’altro, l’esclusione dei programmi d’intrattenimento dai generi di servizio pubblico e si impone alla Rai di renderli riconoscibili con un bollino blu: un precedente che consentirebbe di appaltare, alla scadenza della Concessione, una quota di programmi di genere “predeterminato” alle emittenti private remunerandole con una quota del canone.
4) Il 5 ottobre, nelle pagine economiche dei giornali trova ampio spazio la firma dell’accordo tra il gruppo L’Espresso e Telecom Italia Media che integra su un’unica piattaforma tecnologica digitale cinque multiplex del digitale terrestre con copertura nazionale; in pratica, una rete più consistente di quella della Rai.
“Gli analisti di Mediobanca Securities (sempre loro! ), non escludono che “la nuova entità, una volta che il deal sarà completato, potrebbe attirare l’interesse delle emittenti internazionali che vogliono entrare nel mercato italiano con una quota significativa”.
5) il 17 ottobre, il Direttore Generale dell’EBU, l’organismo che raccoglie le TV pubbliche europee, contesta con toni durissimi e un’articolata argomentazione, la distinzione tra i generi ricordando, tra l’altro, che Lord Reith, il fondatore della BBC, mise l’intrattenimento sullo stesso piano della cultura e dell’informazione. La lettera si conclude mettendo in guardia dal creare “un pericoloso precedente per l’essenza stessa del concetto di servizio pubblico europeo, augurandosi vivamente che la RAI e l’Italia non vadano in questa direzione”.
6) Nei giorni successivi il viceministro Catricalà tende a smorzare i toni e a rassicurare l’EBU che “la nuova disposizione costituisce non un pericoloso bensì un virtuoso precedente, poiché non dovrebbe certamente preoccupare, per non dire spaventare, far sapere ai cittadini cosa è finanziato con il canone”. In ogni caso, nessun ripensamento o correzione di rotta.
7) il 25 ottobre si riunisce la Commissione di Vigilanza con all’ordine del giorno la discussione del Contratto di servizio e qui, per la prima volta, si assiste a una presa di posizione politica che svincola il Contratto di servizio dagli angusti confini “amministrativi” in cui si cercava di confinarlo: nei loro interventi, i commissari Margiotta (PD) e Migliore (SEL) contestano il bollino blu per le sue pericolose implicazioni; nelle ore successive, Migliore chiede anche la convocazione in Vigilanza del Direttore Generale dell’UER che aveva già anticipato la sua disponibilità ad essere audita.
8) Lo stesso giorno, a riprova dell’aria che tira, Tarak Ben Ammar, intervistato da Minoli, annuncia: “Se la Rai è vendibile noi siamo qua. Penso che sia una cosa positiva privatizzare la Rai, così la politica esce fuori dalla televisione”. Ben Ammar si spinge fino a prefigurare i palinsesti: “Quando nel 2016 scadrà la concessione con lo Stato che affida il canone in esclusiva alla Rai dovremmo ridefinire la linea editoriale che il servizio pubblico dovrà avere”.

Che dietro questo assalto alla Rai vi sia una regia o solo un’oggettiva convergenza di interessi, ha poca importanza. Ormai, non si tratta più di avvisaglie: l’offensiva è in corso e la battaglia in difesa di questo tratto distintivo del welfare europeo non sarà un balletto di gala. Giocando d’anticipo, Articolo 21, la Fondazione Di Vittorio e Eurovisioni hanno costretto i fautori della privatizzazione a uscire allo scoperto. Ora è bene che facciano altrettanto i difensori del servizio pubblico, confidando che non lascino soli i lavoratori e i dirigenti della Rai, e non si facciano imbrigliare in una inconcludente battaglia di retroguardia a difesa di un’azienda umiliata da un ventennio di scorrerie da parte di quel che resta dei partiti, ma si impegnino piuttosto a restituirle la necessaria indipendenza perché possa tornare ad essere la più importante industria culturale del paese e il volano di tutto il comparto audiovisivo e multimediale.

27 ottobre 2013

 

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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