Querele temerarie, una mannaia sull’informazione locale

di Valerio Vartolo, 13 settembre 2013*

querele temeraie 2Che la libertà di stampa, in questo nostro Paese, sia messa a dura prova è circostanza nota. Lo dimostrano le cause, spesso strumentali ed esclusivamente minatorie, intentate contro le testate nazionali o contro autorevoli giornalisti che, coraggiosamente e scrupolosamente, ogni giorno, raccontano il Potere e le sue commistioni. Lo dimostra anche la posizione, non certo invidiabile,  che il nostro Paese occupa nelle classifica sulla libertà di stampa. Lo dimostra, ancora, la violenta campagna contro alcuni organi di stampa ed alcuni giornalisti che negli anni una parte del potere politico ha costruito e propagandato. La distanza, a tratti abissale, fra la concezione del giornalismo che il potere ha nel nostro Paese e quella che vige in altre democrazie (penso a quelle anglosassoni, anzitutto) è il segno di una pesante involuzione civile e sociale. Però, come ho avuto modo di ricordare altre volte sulle pagine di Articolo 21 e di Ossigeno per l’Informazione (con cui ho l’onore di collaborare) non può essere sottovalutata la questione del giornalismo locale ovvero del giornalismo indipendente. Nella mia quotidiana esperienza di difensore, nei processi per diffamazione, di giornalisti e testate medie ed indipendenti, posso constatare con sgomento le pesanti difficoltà in cui versano questi soggetti, esposti al potere e spesso all’arroganza del potere stesso. Articolo 21 ed Ossigeno per l’Informazione, di recente,  hanno dato risonanza alla vicenda marsalese, cioè alla vicenda di un sindaco che a nome della città ha citato in giudizio un giornalista, Giacomo Di Girolamo, (caso unico nella giurisprudenza nazionale) perché, a suo dire, avrebbe leso l’immagine della città, raccontando storie di ordinaria “politica”. Ebbene, vicende come quella di Marsala.it, sono all’ordine del giorno su tutto il territorio nazionale. Sono vicende che riguardano giornalisti di testate medio – piccole e pertanto prive di quella copertura finanziaria propria dei grandi gruppi editoriali; sono storie che raccontano di giornalisti costretti ad affrontare processi (civili e penali) lunghi e costosi e che spesso, nonostante si rivelino, alla fine, del tutto infondati, costano un pezzo della vita di questi coraggiosi cronisti. Spesso, infatti, la sola minaccia di azione giudiziaria nei confronti di un giornalista equivale ad una mannaia che colpisce la stessa libertà di stampa, l’autonomia editoriale di una redazione, e di conseguenza paralizza, ed a tratti cancella, la stessa formazione di una opinione pubblica informata e formata e pertanto in grado di essere protagonista della vita democratica di una comunità. A queste considerazioni non possono non aggiungersene altre, quali ad esempio, quelle legate alla (spesso) precarietà (contrattuale) dei giornalisti delle testate di piccola e media grandezza, ma non soltanto. Un Paese civile, e normale, vorrebbe che il legislatore affrontasse queste questioni e non si arrovellasse, invero, ad escogitare stratagemmi per la “salvaguardia” del potente di turno dal dettato costituzionale per cui tutti sono eguali dinanzi alla Legge. Queste questioni dovrebbero, peraltro, essere fatte proprie dai giornalisti e dalle testate  più autorevoli ed importanti, perché la loro voce sarebbe un segnale importante. Infine, sarebbe fondamentale che la stessa Federazione nazionale della Stampa, nonchè gli Ordini dei Giornalisti, facessero, ancora di più,  di questo tema uno dei cardini del proprio agire. Soltanto così sarebbe salvaguardato quello che non è, e su questo bisogna essere chiari, un mero diritto di chi svolge la professione giornalistica ma è un diritto, se non il diritto per eccellenza, dei cittadini.*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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