Quando i nostri figli ci chiederanno conto di questa ferocia

Da Remocontro questo poetico ma lucido commento di Antonio Cipriani, che condivido in pieno salvo che per una frase. Gli sfruttati non “hanno scelto di agire come massa ringhiante al servizio degli sfruttatori”, Per ignoranza e disperazione hanno seguito il pifferaio più abile che indicava un capro espiatorio e prometteva salvezza (nandocan)

***di Antonio Cipriani, 30 giugno 2019* – Un giorno i nostri figli, e i figli dei nostri figli, ci chiederanno conto di questa disumanità, di questa strage infinita. Ci guarderanno negli occhi e ci diranno: perché? Era questo il mondo migliore per il quale vi siete battuti? E nel loro sguardo vedremo scolpita nella storia la tragedia di questa epoca senza misericordia, tanto occupata a plastificare coscienze a farci discutere del niente in infiniti e retorici salottini televisivi. A occuparci la mente con un divertimento osceno, scantonando dalla via delle responsabilità, del senso civico, della solidarietà (parafrasando Don Milani). E dovremo chiederci, e dovremmo cominciare a farlo sin da adesso: che senso ha tutto questo? Come è possibile accettare che il Mediterraneo, il mare della nostra storia, della cultura che dovrebbe unire i mondi, si sia trasformato in un mare di morte, simbolo di confine e ferocia?

Questo scrivevo tre anni fa di fronte alla ferocia delle leggi già al tempo sostenute mediaticamente da un rullare di tamburi nefasto. Sugli schermi tutti i giorni, a tutte le ore, l’informazione spingeva il piede sull’acceleratore, dando voce ai peggiori, narrando una realtà parallela e ottusa, implicando connessioni logiche tra una crisi di sistema – certe volte il capitalismo ne ha bisogno per riorganizzare le maglie del profitto senza alcun altro fine – e l’arrivo dei migranti, dei poveracci del sud del mondo.

Mi chiedevo e mi chiedo: perché questa ferocia? Che cosa manca alla nostra civiltà per creare accoglienza? Per operare nella giustizia sociale, evitando di depredare i paesi del Sud del mondo, evitando di accendere guerre e vendere armi. Evitando di esasperare le cause che fanno scegliere a queste persone fragili di rischiare la vita per poter avere una speranza di sopravvivere oltre il nostro mare.
Mi chiedevo e continuo a farlo: quale il ruolo dei media, delle televisioni, di quella fascia di opinionisti a vela e a motore, nella costruzione di una mentalità diffusa e barbara, nella realizzazione di un caos social fatto di insulti e stupidità, di ferocia e minacce. Perché in questi anni sono stati sdoganati gli istinti più crudeli, indirizzando rabbia sociale e frustrazione nella direzione più semplice, obnubilando le cause e scovando sempre un nemico da combattere.

Così funziona questo sistema, mi ha più volte spiegato il mio interlocutore barbiere maoista alchemico. I poveri (di spirito, di risorse, di conoscenze) vanno guidati con mano ferma verso chi sta peggio di loro. Così che possano sentirsi parte di una nazione, di una ideologia, di una furia risolutiva, in modo che possano pensare che una volta, forse, vinceranno.
Gli sfruttati hanno scelto di agire come massa ringhiante al servizio degli sfruttatori. E i loro rappresentanti, i migliori interpreti mediatici della fase, oggi sono al comando. Fanno leggi criminali. Le fanno applicare con rigore. Arrestano la comandante Carola come avessero incatenato il nemico più pericoloso per la massa ululante ottusa: donna, bianca (ma traditrice della razza…), di buona famiglia, tre volte laureata, che conosce le lingue e ha una coscienza civile e si batte dalla parte dei diseredati con semplicità e gentilezza. Con la fermezza della storia.

Siamo nell’epoca oscura. Ed è proprio di notte che è bello credere nella luce, che ci si deve battere per la luce, sapendo che non esiste una notte così lunga da impedire al sole di risorgere. E che questa massa ululante e mutevole svanirà all’alba di un nuovo tempo. Ogni crisi contiene la risposta che in momento di quiete non si percepisce.

*L’immagine di copertina è un’opera dell’illustratrice milanese Paola Formica.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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