Quando annunci e promesse non bastano più

renzi-boschiBertoni ha ragione a sottolineare un crescente disincanto nei confronti del presunto “rottamatore” e a riconoscere un fondamento alle valutazioni di Galli della Loggia, altezzoso portabandiera del fronte moderato (o “terzista”, come direbbe Scalfari). Neppure a me è particolarmente simpatico, ma tant’è. La mediocrità dei fedelissimi di Matteo Renzi l’abbiamo davanti agli occhi ogni giorno, sulle pagine dei giornali e più ancora sugli schermi televisivi, dove le banalità del catechismo renziano rischiano di annoiare almeno quanto le baldanzose immagini del protagonista riproposte fino all’ossessione. Ma ciò che preoccupa (e imbarazza) di più è la sparizione dalla scena politica della sinistra del Pd. A parte qualche timida presa di posizione di Pierluigi Bersani sembra essersi dileguata nel nulla, oppure “sdraiata” nella maggioranza come Matteo Orfini (ma ve lo ricordate il giovane turco?), presidente-consorte del partito. Mentre aspettiamo che Fabrizio Barca, in una pausa delle sue divagazioni turistiche nei luoghi idea(li), dica qualcosa di sinistra ai suoi estimatori (tra i quali io), auguriamoci che alla ripresa dell’attività di settembre nei circoli la voce di chi ancora non fa parte del coro si faccia sentire (nandocan) 

***di Roberto Bertoni, 29 agosto 2014* – Se persino un editorialista di cultura liberale, tradizionalmente filo-governativo e non certo incline ad alcuna forma di radicalismo come il professor Galli della Loggia asserisce sul “Corriere della Sera” che “le battute non bastano”, per il nostro Premier, amante dei cinguettii, le cose si mettono davvero male. Scrive, infatti, Galli della Loggia: “Personalmente, non mi sembra alla lunga efficace neppure la comunicazione spezzettata e tendenzialmente alluvionale tipica del tweet, carissima a Renzi e consistente in una serie di brevi frasi apodittiche. Forse è l’ideale per le esigenze delle agenzie di stampa e per la pratica della digitazione isterico-maniacale sugli smartphone in cui è impegnato ventiquattr’ore su ventiquattro il politico professionista italiota, ma ho il sospetto che alla gente, invece, faccia l’effetto di una forma di “battutismo” che, ripetuta tre o quattro volte al giorno per trecentosessantacinque giorni all’anno, non depone certo a favore della serietà e dell’impegno di chi vi si dedica”. Si tratta, tuttavia, di carezze in confronto al giudizio senza appello che il professore riserva all’esecutivo e al “giglio magico” del Premier: “Il secondo palese punto debole di Renzi sta nella mancanza intorno a lui di una vera squadra di governo: ciò che probabilmente testimonia di un suo rapporto difficile e al limite inesistente con le élite del Paese.

Giunto a Roma con un piccolo gruppo di fedelissimi alla sua persona in forza di un vincolo più o meno antico d’amicizia, di essi soli egli sembra fidarsi veramente e con essi soli sembra collaborare davvero. Saranno di certo tutti abili e di provato valore, non discuto, ma una squadra di governo è un’altra cosa”. E qui il vecchio professore gira il coltello nella piaga sanguinante del renzismo, ossia la complessiva inadeguatezza dei suoi cantori ed interpreti, l’eccessiva inesperienza della sua classe dirigente, l’egotismo di un leader che sa occupare la scena con istrionica abilità ma, proprio per questo, finisce col soffocare le idee, le proposte e i contenuti di chiunque gli stia intorno, facendo venire meno la collegialità che dovrebbe essere alla base di qualunque segreteria di partito, di qualunque esecutivo, di qualunque gruppo di rappresentanti delle istituzioni, in cui va pure bene che esista una guida e un punto di riferimento, purché non pretenda di esibirsi continuamente in un’auto-narrazione di se stesso e della propria personale epopea.

Altrimenti il rischio, come avverte sempre Galli della Loggia, è proprio quello di un progressivo e pericoloso isolamento: un pericolo che aumenta in maniera vertiginosa se si considera l’insieme dei fattori prima elencati e lo smisurato ottimismo di maniera di un uomo che, evidentemente, fatica a rendersi conto di non essere alla guida di un Paese in pieno boom economico ma di una Nazione allo stremo, con una disoccupazione al 12,6 per cento, un’economia in recessione e lo spettro della deflazione che, dopo essere stato annunciato per mesi, si è purtroppo materializzato in tutta la sua drammaticità a causa del clima di sfiducia, sconforto, rassegnazione e disincanto che ormai caratterizza un popolo stanco di ricevere promesse che vengono poi, puntualmente, deluse e tradite; il tutto nel contesto di un’Europa che non sembra proprio volerne sapere di invertire la rotta ultra-liberista che la sta condannando al suicidio, con pesanti rischi per la tenuta stessa dell’euro.

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*da articolo21.org, il grassetto è di nandocan.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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