Putin, il suo tempo sta per finire?

Da Remocontro, 18 febbraio 2021

«Ho lavorato con Putin. Oggi so che il suo tempo sta per finire». Parla Gleb Pawlovsky, politologo russo, dissidente ai tempi dell’Unione Sovietica, negli anni 1996-2011 consigliere politico del Cremlino, capo della “Fondazione Politica Effettiva”. Una sintesi dalla newsletter Continental Breakfast, selezione di articoli pubblicati dall’alleanza Leading European Newspaper Alliance.
Foto di copertina, un carro allegorico in Germania con Alexeij Navalny che dà un calcio a Vladimir Putin

Tanti anni fa Putin e il suo consigliere portavoce Gleb Pawlovsky

Gleb Pawlovsky, consigliere che ha contribuito alla creazione del sistema Putin

Pentito? chiede Wiktoria Bieliaszyn su la Gazeta Wyborcza.

«A dispiacermi non è il fatto che Putin sia diventato allora presidente. Mi dispiace per l’evoluzione che ha fatto di Putin un politico odioso, spaventoso, strano. Oggi Putin è vendicativo, crudele, spietato. Prima non era così. Abbiamo provato a ricostruire uno Stato. La cosa non è riuscita. Di certo la situazione attuale non era nei nostri piani. Oggi siamo prigionieri in una trappola storica dove il fine giustifica i mezzi”.

Com’era il Putin di una volta?

«Appariva come una persona ragionevole, energica e interessante. Aveva un grande senso dell’umorismo, non si prendeva troppo sul serio, nel senso che era in grado di scherzare su se stesso, sapeva piacere alle persone. Ma dentro era debole, anche se non tutti lo potevano vedere».

La Russia e il mito del leader forte 

«E’ stato così durante i suoi primi due mandati, quando tutti pensavamo che Putin fosse il presidente ideale: forte, coraggioso, una persona capace di rappresentare la Russia degnamente. Ma ora le cose sono cambiate, il leader forte è diventato un ostacolo, o meglio il leader è apparentemente forte, perché oggi è difficile percepire come tale un Vladimir Putin per nulla equilibrato».

Un pentito ‘ultraputiniano’?

«Quando è stato chiaro che Boris Eltsin avrebbe lasciato, ho preparato la campagna per il suo successore e non mi importava chi lo sarebbe diventato. Poi è arrivato Putin e si può dire che mi sono innamorato politicamente. Mi sono impegnato per rafforzare il suo ruolo nello Stato».

«La democrazia sovrana», il putinismo

«Il putinismo è diventato un’ideologia, si è evoluto nella direzione sbagliata. Nel nostro paese, con il passare del tempo, potrebbe addirittura radicalizzarsi ulteriormente, diventare ancora più pericoloso e acquisire un volto umano. Tuttavia, non vedo alcun motivo di chiedersi se la Russia abbia davanti a sé un futuro liberale e democratico. Alcuni concetti del XX° secolo hanno perso di attualità».

Quale Russia post Putin?

«Dipende da come avverrà il trasferimento del potere: se sarà pacifico oppure no. Dipende da chi verrà dopo di lui. Le incognite sono troppe. Ho paura di dire che la Russia sarà liberale, perché il liberalismo presuppone l’esistenza di istituzioni che noi non abbiamo, come per esempio i tribunali. Dopo che un autocrate se ne va il mercato può svilupparsi rapidamente, ma per costruire dei tribunali ci vuole del tempo».

Russia, Lavrov ed Europa

«La Russia si sta sviluppando in modo anomalo se la si confronta con l’Europa, ma questo modello di sviluppo è percepito in Russia come del tutto normale. Il modello europeo è differente in quanto non presenta una netta separazione tra Stato e società. In Russia, invece, esiste qualcosa che io ho definito società del potere: tutte le forme di comunicazione interpersonale riguardanti la società o la politica passano attraverso il livello del potere».

Potere di chi e per cosa?

 «Ad avvantaggiarsi di questo sistema è solo un ristretto gruppo di persone al vertice. I funzionari pubblici semplicemente non posso trarne alcune vantaggio. O meglio, possono rubare, ma con il rischio di finire si sa dove. Putin si fida solo di una ristretta cerchia di vecchi amici. Sono loro ad avere oggi un numero illimitato di passaporti».

Putin sempre più lontano

«Putin mi ricorda sempre di più Stavrogin dei Demoni di Dostoevskij. In precedenza era noto per il suo istinto di conservazione, per la sobrietà. Oggi ha assunto il ruolo di osservatore, ma un osservatore caratterizzato da una curiosità fredda, persino gelida. È diventato indifferente alle persone, ai cittadini. Le loro vite non valgono molto per lui. A contare ancora è la situazione geopolitica, la posizione della Russia nel mondo, ma la gente comune no…».

Gli attacchi di Navalny e dei leader occidentali?

«Invece di restare coerente con la logica fino ad allora adottata, secondo cui Navalny non esiste a tal punto da evitare persino di pronunciare il suo nome, Putin è riuscito ad attirare l’attenzione della Russia e del mondo su questo ‘inutile blogger’. È stato Putin, paradossalmente, a far crescere il sostegno per Navalnyj di alcune decine di punti percentuali. Prima del tentativo di avvelenamento, Navalnyj contava per la stretta cerchia di suoi sostenitori, non costituiva alcuna minaccia. Adesso abbiamo una situazione diversa».

Chi deciderà il momento per Putin di lasciare?

«Sono convinto che la sua cerchia più stretta stia già mettendo a punto il piano per rimuoverlo dal potere. È possibile che rimarrà effettivamente al Cremlino fino al 2024, cioè fino alla fine del suo mandato, ma sospetto che la fine arriverà prima e dovrà andarsene nel 2022, forse nel 2023».

Ufficialmente potrebbe governare fino al 2036

«Se questo accadrà, Putin sarà il presidente di uno Stato con un sistema di potere completamente distrutto».

Indifferenza dopo anni di repressione

«L’opposizione in Russia è forse attualmente più minacciata o più esposta alle persecuzioni e alla morte di quanto non fosse nel sistema totalitario dell’Unione Sovietica? No, le persone semplicemente non vogliono occuparsi di politica, preferiscono concentrarsi sulla vita privata, sulla carriera».

Per i giovani la paura nell’unione Sovietica è cosa lontana

«Il problema è che i giovani non vedono alcun senso nell’attività politica in Russia, e ciò è in gran parte dovuto all’opposizione liberale che all’inizio del XXI secolo ha abbandonato la Duma, spostando la lotta dal Parlamento alla piazza e pensando che questo sarebbe bastato. Ma questo non potrà mai bastare. La politica fatta per le strade non è in grado di cambiare un sistema».

Lo strano ritorno di Navalny

«Navalnyj non ha detto nemmeno per un momento che non intendeva tornare, anzi ha sottolineato che non appena si fosse rimesso, sarebbe volato a Mosca e avrebbe continuato il suo lavoro. Non aveva altra scelta. Se non l’avesse fatto, avrebbe perso i suoi sostenitori, avrebbe perso la possibilità di qualsiasi forma di azione».

Ma sarebbe stato al sicuro

«Avrebbe potuto starsene seduto tranquillo sul divano e vivere comodamente, partecipare a qualche conferenza, impegnarsi in qualche attività politica in Occidente, perché in fondo è difficile lasciare la politica. Tuttavia non sarebbe stato un politico russo. Quello che molti non capiscono è che un Navalnyj in prigione è ancora più visibile di un Navalnyj in libertà.

Navalny si è fatto arrestare per cosa?

«Il ritorno di Navalnyj è un gesto molto forte che ha notevolmente ampliato il nostro quadro politico. Allo stesso tempo, ciò non significa che sia diventato un eroe e che dovremmo tutti gettarci ai suoi piedi. Ma oggi dovremmo aiutarlo con tutte le nostre forze, compresi quelli che pensano che la politica non li riguardi. In ogni caso è un dato di fatto che Navalnyj, a livello politico, non abbia proposto nulla affinché i russi lo seguissero e sostenessero in massa. E non può certo bastare che sia un ragazzo intelligente, educato e coraggioso».

Prigioniero politico?

«Non è un semplice prigioniero politico, è un leader, e uno dei principali in Russia. Metto apposta l’accento su ‘uno dei’, perché gira voce che solo lui possa tenere testa a Putin. Adesso non voglio entrare nel merito di questa questione. Ma è importante che la società lo aiuti a operare anche dal carcere, che i suoi collaboratori possano continuare il suo lavoro, seguendo la direzione che lui ha indicato».

Perché la lotta contro la corruzione del Cremlino non basta?  

«Se lo sapessi, oggi sarei io ad essere un leader. Stiamo parlando di uno Stato che ha meno di 30 anni ed è stato edificato su una grande ferita. Nella società russa la guerra fredda non è ancora finita. Gli adulti continuano a vivere nella convinzione di essere sopravvissuti per miracolo, di essere riusciti a cavarsela in quelle condizioni per puro miracolo. Una seconda rivoluzione non la vogliono, ma è proprio quella che gli sta proponendo l’opposizione».

Chi è Gleb Pavlovsky

Gleb Pavlovsky è probabilmente il più noto stratega politico e spin-doctor della Russia, e la sua partenza dal Cremlino nel 2011 è stata una vera sorpresa. Per oltre quindici anni, la sua Foundation for Effective Politics ha svolto un ruolo chiave nella vita politica russa, fornendo consulenza ai presidenti Eltsin e Putin attraverso campagne elettorali parlamentari e presidenziali. 

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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