Putin e il passato che non passa

Michele Marsonet su Remocontro, 19 gennaio 2022

Quanto conta la storia del passato sovietico nell’attuale Federazione Russa? Moltissimo, si direbbe. Di certo conta tanto per Vladimir Putin, la cui opera è soprattutto tesa ad impedire che la Russia diventi un Paese “normale” dopo aver sperimentato i fasti della superpotenza durante il periodo, per l’appunto, della ex Unione Sovietica.

Superpotenza Unione Sovietica

In questo senso la rivolta scoppiata in Kazakistan, uno degli Stati chiave dell’Urss, è davvero emblematica. In tempi rapidissimi il leader del Cremlino ha attivato un’alleanza come la OTSC, della quale molti avevano scordato l’esistenza, per inviare in territorio kazako truppe russe e di altre Repubbliche ex sovietiche.
La mossa ha già dato dei frutti, giacché tali truppe, senza (pare) impegnarsi in scontri diretti con i dimostranti, hanno tuttavia consentito di mettere in sicurezza edifici pubblici, aeroporti e altri asset strategici.
Quando il “presidente eterno” ed ex leader del locale partito comunista ai tempi dell’Urss, l’81enne Nursultan Nazarbayev, è fuggito, al potere c’era già il suo delfino Kassym-Jomart Tokayev, quello che ha chiesto l’intervento delle truppe russe e dell’alleanza CSTO, ordinando anche di sparare ai dimostranti ad altezza d’uomo.

Storia, geografia e politica

Fa in effetti impressione vedere le immagini di interminabili file di tank e camion russi procedere spediti sulle strade innevate del Kazakistan. Rammentano, tali immagini, le invasioni dell’Ungheria e della Cecoslovacchia, anche se situazione e tempi sono molto cambiati.
Il problema è che Vladimir Putin non può permettersi di perdere questo enorme Paese situato in una posizione strategica tra Russia e Cina, quindi attento alle esigenze dei due potenti vicini, ma anche a quelle della Turchia di Erdogan. Il Kazakistan è in effetti uno snodo fondamentale della geopolitica contemporanea.
Deve tuttavia appoggiarsi su personaggi, appartenenti alla vecchia “nomenklatura” sovietica, che risultano per molti versi imbarazzanti e dediti ad uno sfrenato culto della personalità.

Alleati poco credibili

Lo è certamente Lukashenko, che reprime senza remore il dissenso interno e invia pure soldati nei Paesi alleati. Lo è stato sicuramente anche Nazarbayev, che ha addirittura chiamato con il suo nome la nuova capitale kazaka, anche se quel nome è destinato ad essere cancellato.
Si noti, tuttavia, che anche l’Armenia, essa stessa parte della OTSC, non ha esitato a partecipare all’operazione. E questo nonostante nessuno degli “alleati”, tranne i russi, si fosse offerto di aiutare gli armeni durante l’ultimo conflitto con gli azeri – supportati dai turchi di Erdogan – per il controllo del Nagorno Karabakh.
E’ evidente a questo punto che l’alleanza viene percepita come utile, e che a Mosca è tuttora riconosciuta una funzione di leadership che, visti i tempi, non era affatto scontata.

Muscoli russi e soldi cinesi

Putin ha però alcuni problemi. La sua Russia è molto forte militarmente ed è in grado di affrontare in campo aperto qualsiasi avversario. Ma è debole economicamente perché conta solo sulle esportazioni energetiche. Il suo Pil è inferiore a quello di molte nazioni occidentali.
E’ inoltre impegnata su troppi fronti. Per quanto potenti siano le forze armate russe, si dubita che esse possano affrontare contemporaneamente disordini in Kazakistan, Bielorussia e, soprattutto, in Ucraina dove è in atto una vera e propria guerra nel Donbass. Senza contare gli impegni in Libia, Siria e altri teatri.
E’ probabile che, volente o nolente, il leader del Cremlino dovrà rafforzare ancor più i legami con la Cina di Xi Jinping che, del resto, ha appoggiato l’operazione kazaka. Senza che, purtroppo, l’Occidente capisca l’utilità di staccare Mosca da Pechino.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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