Prodi e l’unità “a prescindere”

Se il Professore insiste per l'”unità a prescindere”, come scrive oggi Marnetto, non credo che sia per salvare il Partito di Renzi, come ormai tutti hanno ribattezzato il Pd. Nè penso che abbia dimenticato il ruolo che i renziani ebbero nel far saltare la sua elezione alla presidenza della Repubblica, ipotesi confermata di recente anche da una testimonianza scritta del senatore Quagliarello. Chi ha dato questa indicazione ai suoi lo ha fatto probabilmente non tanto per ostilità verso Prodi quanto per affossare la segreteria di Bersani. Come infatti è avvenuto. Se dunque Prodi è intervenuto ieri per l’unità del centrosinistra penso che l’abbia fatto per eccesso di realismo e nella (disperata) speranza di salvare quel niente che resta dell’eredità dell’Ulivo. O almeno sottrarsi all’accusa di aver firmato, col silenzio giustamente critico di questi anni, il certificato di morte della sua sfigurata creatura (nandocan).

***di Massimo Marnetto, 31 gennaio 2018 – Unità a prescindere? Per Prodi sì. La sinistra per lui deve essere unita anche se il PD non è più di sinistra (vedi art. 18). Ma che unità è se non si condividono più gli stessi valori, ad iniziare dalla difesa dei lavoratori? Se non c’è più lotta vera alla povertà, ma bonus scaccia diritti (asili, stipendi, scuole)? Se non c’è contrasto serio alla corruzione e all’evasione, ma oltre l’80 per cento del gettito fiscale viene da pensionati e lavoratori dipendenti sempre più spremuti? Se salute, giustizia, lavoro, sicurezza, ambiente sono continuamente oltraggiate dalle lobby dei potenti? Se persino il risparmio è rapinato dai compagni di tartine a cui si concedono prestiti senza garanzie che vanno in malora? Per un PD che viene dalla sinistra e ignora questi temi non si può chiedere un’unità di facciata, perché sarebbe pura ipocrisia.

Mi spiace dirlo perché stimo Prodi, ma non condivido la sua posizione.

Anzi, credo che il tradimento dei valori fondanti di sinistra – come è avvenuto per mano del PD di Renzi – obblighi alla denuncia e alla separazione, se ha ancora un senso la fede agli ideali di libertà, uguaglianza e giustizia. Anche se la strada è più dura e faticosa. Chi è rimasto nel partito come Cuperlo per amore di unità, alla fine se n’è dovuto fare una ragione: senza conflitto e rottura, si è inutili. No, caro Professore, non ci siamo. In un Paese dove il PD ignora la maggioranza che soffre, la priorità non è la sua unità, ma la lotta alle ingiustizie.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

2 pensieri riguardo “Prodi e l’unità “a prescindere”

  1. Intervengo in ritardo perché, rileggendo “Prodi e l’unità a prescindere” ho percepito, da un lato un Marnetto precipitoso, e dall’altro, se ho capito bene, un tuo sofferto realismo che ha fatto compagnia a quello dimostrato da Prodi, ma che non ti convince del tutto. Condivido la tua interpretazione : Prodi ha detto quello che ha detto “ …nella (disperata) speranza di salvare quel niente che resta del’eredità dell’Ulivo”. Così come assieme a Prodi ho votato SI al Referendum costituzionale, voterò Pd alle prossime politiche. Ben sapendo che qualunque altro voto, come ormai ampiamente noto , favorirebbe la coalizione di destra.
    Tu sai bene quello che penso degli scissionisti. Hanno commesso a mio avviso un errore fatale. Dimostrando di non sapere leggere lo spirito dei tempi che viviamo. E creando alla sinistra riformista italiana un danno irreversibile. Mi sono formato come sai respirando una cultura cattolico democratica. Quella cultura dei tempi in cui i “…cattolici non erano moderati “ ; e quella cultura – fraintesa – dei Dossetti e La Pira. Esempi di lungimiranza , che benché se ne fossero create le condizioni, non sono mai usciti dalla Dc, preferendo rimanere e agire da “pungolo interno”. Una cultura che trovò alla fine piena espressione nella Lega Democratica, da qualche stupido definita culla del cattocomunismo.
    Ricorderai che questa associazione, da me immeritatamente frequentata come iscritto , nasce per il NO al Referendum sul divorzio. La frequentazione mi ha tuttavia permesso di incontrare personaggi come Romano Prodi, Scoppola, Andreatta, Ardigò, Gaiotti, Giuntella, Pescia, Lipari, Pedrazzi, Tognon, ecc. Un NO in quegli anni combattuto e rigettato aspramente da tutta la Dc con Fanfani in testa. Forse non tutti però ricordano che anche nella Lega Democratica circolarono in quegli anni sentimenti scissionisti. Subito messi a tacere dai realisti dell’epoca. Furono proprio gli intellettuali e i politici fondatori che, benché molto critici della Dc , decisero all’unanimità di rimanere al suo interno per difendere “da… esterni” le loro idee e la loro visione della democrazia, della società e della politica. Si formarono così i c.d, esterni Dc, che dopo un Convegno romano di risonanza nazionale , per il mondo cattolico soprattutto, decisero di candidarsi alle elezioni politiche sotto il simbolo scudocrociato al solo fine di rinnovare e “…rifondare il partito dall’interno”. Altri tempi. Non sbaglio di molto , ma l’allora giovane Romano Prodi, da lì a poco Ministro dell’industria e successivamente Presidente dell’Iri, è stato tra quelli che non incoraggiarono per niente le tensioni scissioniste interne alla Lega. L’unità e l’unione sono state categorie politiche che sin d’allora hanno trovato in lui un tenace difensore. Così come la pratica della paziente mediazione e della conciliazione tra opposti … spesso apparenti…, hanno sempre definito il suo impegno sociale e politico. Queste categorie, li troveremo infatti nel suo pensiero e nei suoi coerenti comportamenti, prima nel passaggio dalla Dc al Partito popolare, e dopo, passando dalla Margherita, nella fondazione dell’Ulivo, di cui assieme ad Arturo Parisi è stato artefice senza poter concludere felicemente la sua idea di un sano bipolarismo, oggi del tutto sconfitto da decine di partiti personali, con programmi fotocopiati. Insomma l’unità delle forze riformiste lo ha da sempre convinto, ben sapendo che la frantumazione irrilevante dei partiti ,soddisfa solo nostalgie, ripicche e personalismi, ma non risolve l’agire politicamente nella storia a difesa degli ultimi. Così come lo ha sempre convinto la ricerca della giustizia sociale e dell’ uguaglianza, rimanendo sempre critico e lontano dalla qualità del centrodestra italiano. Ma perché Marnetto diventa allora precipitoso ? Perché il suo sguardo è a mio avviso rivolto al passato. Nessuno sta dando risposte, neanche LeU, al fatto che il 40 % della classe operaia vota oggi Grillo, e che ben il 35% vota Lega e Fi (Ipsos) . Manca forse una offerta credibile? Mancano leader di sinistra? Mancano luoghi di incontro ? Oppure si tratta di atro ? Non si tradisce nessun valore . E non si dimentica nessun “ideale” di eguaglianza, giustizia sociale, e – basti declinarla bene – di libertà. Ma chiedere al Pd di rappresentare la sinistra , senza riflettere su cosa è, e chi rappresenta la sinistra oggi, significa fare un favore al dilagante populismo irragionevole e passionale.
    Nino Labate

    1. L’unità “a prescindere” di Prodi prescinde dal fatto che il PD ha cessato da un pezzo di rappresentare l’elettorato di sinistra, anche quello cattolico, e a differenza di De Gasperi e Moro, è ormai un partito di centro che “guarda a destra”. Il comportamento di Renzi nella scelta delle candidature conferma ancora una volta questo orientamento. L’adesione strumentale della Bonino e quella “amicale” di Giulio Santagata non cambiano una realtà del resto riconosciuta da (quasi) tutti e ingoiata da alcuni come “male minore”.. Chi ha nostalgia dell’Ulivo dovrebbe invece, secondo me, augurarsi una sconfitta del Pd il 4 marzo tale da indurre, sempre che non sia tardi, anche i pochi che sono restati con Renzi a licenziarlo. Peggio del centrodestra c’è soltanto l’attribuzione al centrosinistra di una politica incapace di fermare la crescita delle disuguaglianze e del lavoro precario, oltre che di combattere seriamente la corruzione e l’evasione fiscale.

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