Polonia, bavaglio di Stato. E l’Europa che fa?

Tira una brutta aria in Europa e il vento soffia dall’est, dove una buona parte degli ex paesi satelliti dell’Unione sovietica sembra avere nostalgie autoritarie. Quanto a quelli a noi più vicini, vedremo quanto si mostreranno sensibili all’appello implicito nell’Inno europeo (quello alla gioia tratto dalla nona sinfonia di Beethoven) che la radio pubblica polacca trasmette in segno di protesta al posto dell’inno nazionale. Certo, ci vorrebbe qualcosa di più della richiesta di spiegazioni inviata dal vicepresidente della commissione europea. Ma temo che fino a quando il controllo politico effettivo dell’Unione  sarà affidato ai governi e non ai rappresentanti eletti direttamente dai cittadini, proseguirà la tendenza nefasta della tecnocrazia di Bruxelles a favorire la concentrazione del potere reale nelle mani degli esecutivi nazionali. E la ragione non è difficile da capire. Quando le decisioni fondamentali per la gestione di un’economia globalizzata vengono prese “altrove”, chi decide preferisce chiederne l’applicazione a un ministro o a un capo partito piuttosto che a un’assemblea elettiva. A sciogliere il nodo che lega ancora la democrazia europea saranno dunque i popoli che vorranno farlo, molto difficilmente i governi. E la libertà di espressione è condizione sine qua non.(nandocan)

***di , 3 gennio 2016 – Da qualche giorno la radio pubblica polacca manda in onda, al posto dell’inno nazionale, l’Inno alla gioia tratto dalla nona sinfonia di Beethoven. Lo ha deciso il direttore Kamil Debrewa, in segno di protesta verso la legge sui media approvata alla fine dell’anno dal Parlamento.
Si tratta su una vera e propria legge bavaglio che consegna alla maggioranza e al governo di turno il dominio sui canali pubblici.
La tendenza al controllo degli esecutivi non è un’esclusiva della Polonia, come per altro indica anche la nuova legge sulla Rai approvata in Italia, ma a Varsavia, la situazione è molto più delicata, non solo per il testo della norma, ma anche per il contesto dal quale origina.

Il partito di maggioranza, Diritto e giustizia, ha tra i suoi riferimenti il presidenzialismo autoritario dell’Ungheria di Orban, non certo un modello virtuoso in termini di tolleranza, costituzionalismo e tutela dei diritti e delle minoranze.
Il presidente Kaczynski, forte di una posizione saldamente autorevole, sta cambiando le regole del paese. La nuova legge sui media si ispira infatti al principio del controllo totale e alla demolizione del pluralismo politico ed informativo.
Da qui la decisione dei direttori dei canali pubblici di rassegnare le di dimissioni e quella di “Polska radio” di trasmettere l’Inno alla gioia. Il vicepresidente della commissione europea, l’olandese Timmermans, ha scritto una lettera al governo polacco per chieder spiegazioni.
Il carteggio durerà qualche anno, nel frattempo Kaczynski avrá tutto il tempo per “Mettere in riga” i suoi oppositori ed oscurare il diritto della pubblica opinione ad essere informata.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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