Pippo Civati: «Cosa dovevo fare, uscire dal Pd?»*

“Avete tutti ragione”, così risponde Civati a  quelli che in queste ore lo accusano di non avere avuto il coraggio di andare sino in fondo con l’annunciata mozione di sfiducia alla Cancellieri. Ha addirittura aperto un #insultacivati per non sottrarsi al confronto e alle critiche. Io condivido la delusione di molti, certo non gli insulti. Le risposte che ha dato a Gilioli sono abbastanza eloquenti: davvero, se i numeri erano quelli, non poteva fare diversamente. E noi neppure. Che alternativa abbiamo? L’8 dicembre cercheremo ancora di “cambiare le cose, cambiandole”, pur se  lo sconforto per lo stato in cui è ridotto il partito, poco più che un’appendice delle “larghe intese”,  e l’indecorosa marcia indietro dei candidati alla segreteria non potrebbe essere più profondo. (nandocan).

*da “Piovono rane”, il blog di Alessandro Gilioli, 20 novembre 2013

pippo

Civati, cominciamo da ieri sera.
«Sì. Già prima che iniziasse l’assemblea del gruppo mi hanno chiesto di non intervenire. ‘Non dividiamoci di nuovo’, quelle cose lì. È un po’ di tempo che alle riunioni del gruppo Pd si fa così. Diciamo che sono incontri molto ‘verticali’».

Chi te l’ha chiesto?
«Speranza, il capogruppo».

E tu?
«E io ho detto di no: questa volta volevo parlare».

E poi?
«Allora: introduce proprio Speranza, che dà quasi subito la parola a Letta».

Che cosa dice?
«Un discorso breve, due o tre minuti al massimo. Non entra nel merito della questione Cancellieri. Dice quello che già sapete: ‘è un attacco politico al governo, vogliono far cadere l’esecutivo, se votate contro Cancellieri votate contro di me’».

Quindi?
«Subito dopo parla Cuperlo. Che in sostanza fa sua la logica di Letta. Una cosa tipo ‘per me Cancellieri dovrebbe dimettersi, ma non possiamo votarle contro perché qui c’è in ballo il governo’».

Reazioni?
«Un applauso scrosciante. Almeno tre quarti dei deputati presenti».

Di quale area?
«Tutti i cuperliani, ovviamente. Ma anche un centinaio di para-renziani: per capirci, quelli che sono passati con Renzi negli ultimi due o tre mesi. Franceschiniani in testa».

Poi?
«Poi è il turno di Gentiloni, diciamo a nome dei renziani veri e propri. Dice: ‘okay, siamo in imbarazzo, ma se Letta ci ha messo la faccia in questo modo dobbiamo prenderne atto’. Applausi di una cinquantina di deputati. I renziani più ’storici’, appunto».

E viene il tuo turno.
«Sì, io intervengo subito dopo, in un clima tremendo. Dire di gelo è poco. Dovevi vedere le facce che facevano Cuperlo e Fassina mentre parlavo. E le battutine ironiche. Ma non solo loro».

Che cosa hai detto?
«Quello che sanno tutti. Che il Pd doveva presentare una sua mozione di sfiducia su Cancellieri. O che il gruppo doveva approvare un ordine del giorno che, se fosse passato, avrebbe di fatto imposto le dimissioni del ministro senza neppure il bisogno di andare in Aula. Era una cosa di cui avevo parlato con Renzi ieri».

Cioè? Ieri eri d’accordo con Renzi?
«È un po’ più complicato di così. Ci siamo sentiti al telefono, con Matteo, e si era ipotizzato di arrivare a un ordine del giorno di sfiducia verso Cancellieri. Fosse stato approvato dal gruppo, tra l’altro, io avrei ritirato la mia mozione: non mi interessava intestarmi la vittoria, mi interessava ottenere il risultato».

E invece?
«Invece Renzi alla fine ha scelto la seconda strada che aveva davanti, cioè quella di ‘prendere atto’ del fatto che Letta ci aveva messo la faccia».

Insomma Renzi ha fatto il voltagabbana.
«Diciamo che non ha avuto il coraggio di andare fino in fondo».

Per non far cadere il governo?
«Anche. Ma anche perché alla riunione del gruppo parlamentare si è visto che i cosiddetti deputati renziani non sono tanto uniti. O almeno non su questo caso».

Cioè?
«Te l’ho detto, i renziani veri e propri alla Camera sono una cinquantina. Gli altri deputati che appoggiano la sua mozione – più di cento –  sono ‘governisti’. Franceschiniani e simili. Dopo che Letta aveva trasformato la questione ’sfiducia a Cancellieri’ nella questione ‘fiducia o sfiducia a me e al governo’, questi probabilmente non avrebbero più seguito Matteo nella sua richiesta di dimissioni del ministro».

Torniamo al tuo discorso al gruppo. I contenuti, dico.
«Ho cercato di riportare la cosa al suo significato originale: la mozione di sfiducia individuale verso un ministro. Non un voto sul governo, dunque. Ho citato l’articolo 95 della Costituzione. Ho contestato il metodo e il merito con cui il Pd aveva gestito tutta la vicenda. Intorno ridacchiavano, facevano smorfie».

Alla fine avete votato?
«No. Ma non si vota quasi mai alla fine delle riunioni del gruppo, soprattutto quando sono chiari i rapporti di forza. Con me stavano in tutto 15 parlamentari, compresi quelli del Senato. E ieri alla riunione c’erano solo i deputati. Insomma non c’era neppure bisogno di votare».

E così la tua mozione di sfiducia verso Cancellieri è scomparsa.
«Ci volevano più di 60 deputati per presentarla. Io semplicemente non avevo i numeri».

Allora cos’hai fatto?
«Mi sono consultato con gli altri 15 parlamentari che erano sulle mie posizioni: Zanda, Casson etc. Abbiamo deciso insieme che in Aula, a quel punto, avremmo seguito l’indicazione del gruppo».

Perché?
«Perché l’unica alternativa sarebbe stata uscire dal Pd. Oggi, stasera».

Nel senso che ti avrebbero buttato fuori?
«Non so se se mi avrebbero buttato fuori, ma comunque non me la sarei sentita più io di far parte del partito dopo uno strappo così forte».

Perché? Già non voti la fiducia al governo.
«Appunto. Già quella è una forzatura notevole, per un deputato del Pd. Questo sarebbe stato un passo definitivo, di una gravità eccezionale. Votare contro le indicazioni del gruppo oggi voleva dire rompere. Io sono candidato alla segreteria di questo partito. Non al congresso dei 5 Stelle».

In Aula ’sembravi un uccellino spennato’, hanno scritto su Facebook.
«Allora, iniziamo col dire che anche in Aula mi avevano chiesto di non intervenire. Come ieri sera: ‘Non mostriamo che siamo divisi etc’. Invece ho chiesto di parlare. Avevo un minuto di tempo, quello concesso dal regolamento. Ho usato il tono istituzionale che utilizzo sempre alla Camera. Far casino non serve a niente. Ho detto, nel tempo che avevo a disposizione, che la mia proposta di mozione di sfiducia individuale era diretta al gruppo del Pd, che invece aveva deciso diversamente, quindi avrei votato anch’io ‘no’ alla mozione del M5S, come tutto il gruppo».

Hai obbedito al capo, proprio quello di cui accusi spesso i grillini.
«No, semmai ho obbedito al gruppo parlamentare. Che era a stragrande maggioranza per una posizione diversa dalla mia».

Ti leggo un po’ di commenti su di te, tra quelli arrivati sulla mia pagina di Facebook: «si è giocato la rimonta alle primarie», «clown», «ora la sua credibilità è a zero», «il cambianiente», «pavido». E peggio.
«Sì, sì, lo so. Ma non mi arrabbio con nessuno. Forse da fuori non si è capito com’era (ed è ancora) incandescente la situazione nel Pd. Ripeto: l’unica alternativa era lasciare il partito. A due settimane dalle primarie in cui sono candidato alla segreteria. E anche se può sembrare strano, non è affatto facile andare in una riunione di gruppo in cui sei quasi isolato e dire come la pensi. Ribadendolo anche in Aula, il giorno dopo, con tutti pronti a saltarmi addosso».

Chi ha vinto oggi?
«Letta, che ha imposto la sua linea col ‘ricatto’, quello ’se sfiduciate Cancellieri sfiduciate il governo’. Cuperlo, che si è intestato questa posizione. Più i governisti in genere. Quelli delle larghe intese».

Quindi di nuovo Letta.
«Sì, certo. Si parla tanto della questione se il segretario del Pd può fare anche il premier, ma oggi si è visto che la cosa funziona al contrario».

Cioè?
«Nel Pd di adesso è il premier che fa anche il segretario».

_________

(Ps. Questa è un’intervista giornalistica senza commenti dell’intervistatore. Chi mi segue sa già come la penso, su questo, cioè diversamente da Pippo. Ho cercato comunque di rendere le sue parole e il suo pensiero nel modo più fedele possibile alla nostra chiacchierata )

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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