Perché l’economia cinese prende le distanze da quella americana?

Decoupling”, disaccoppiamento alla rovescia da quello voluto da Donald Trump e poi incoraggiato anche da Joe Biden. «Crescono i segnali di distacco tra le economie di Usa e Cina», l’avvertimento di Michele Marsonet con dettagli a sorpresa. Chi rischia di più tra i due giganti, e noi europei in un angolo.

La Cina via dagli Usa

Da un punto di vista strettamente capitalistico può sembrare senz’altro strano, ma è un dato di fatto che Pechino sta imponendo alle sue grandi aziende di abbandonare i mercati azionari Usa.
Stiamo assistendo, insomma, a un “decoupling” (disaccoppiamento) diverso da quello voluto da Donald Trump e poi incoraggiato anche da Joe Biden. Ora è il Partito/Stato cinese che ordina ai propri imprenditori di successo di lasciare l’America tornando alle Borse nazionali.
Non è, ovviamente, cosa di poco conto. Tagliare il filo che spesso lega le grandi imprese del Dragone ai capitali occidentali in genere, e a quelli Usa in particolare, denota un cambiamento molto significativo da parte di Xi Jinping e del gruppo dirigente che lo affianca.

Le prime tre conseguenze chiave

  • Si tratta di un vero e proprio mutamento di strategia destinato ad avere conseguenze rilevanti nel prossimo futuro su almeno tre piani. 
  • (1) le relazioni economiche e commerciali complessive tra le due superpotenze, che hanno rapporti reciproci sempre più tesi. 
  • (2) il futuro dello strano capitalismo cinese, nel quale l’elemento pubblico/statale sta di nuovo acquistando un peso crescente; 
  • e (3) pure il futuro della stessa economia americana, che negli ultimi decenni ha instaurato rapporti di partnership – spesso assai stretti – con quella di Pechino.

Caso clamoroso ed emblematico

L’ultimo caso è davvero clamoroso. La grande azienda “Didi”, definita anche “Uber cinese”, ha subito il fallimento della propria quotazione a Wall Street dopo aver denunciato 4 miliardi di euro di perdite trimestrali.
Di qui la fuga precipitosa dalla Borsa americana che è stata però innescata – lo si noti bene – proprio dalla stretta finanziaria imposta dalle autorità politiche e finanziarie di Pechino.
La strategia cinese appare a questo punto chiara, per quanto di chiarezza assoluta non si possa mai parlare quando si tratta del grande Paese asiatico. Stato e Partito comunista vogliono che le proprie aziende vadano a cercare i necessari finanziamenti nelle Borse nazionali, quindi a Shenzhen, a Shanghai e nella frattempo “normalizzata” Hong Kong.

Problemi in casa cinese

Le conseguenze per le aziende del Dragone non sono certo lievi. “Didi” ha subito un salasso finanziario di proporzioni maggiori rispetto alla somma complessiva raccolta quando sbarcò a Wall Street. Insomma, se non ci ha rimesso le penne, poco c’è mancato.
Tuttavia pare che ciò non preoccupi più di tanto il governo cinese, che ha tra l’altro altri casi spinosi tra le mani. Non si è affatto risolto il problema del colosso immobiliare “Evergrande” che, a dispetto delle rassicurazioni governative, continua a non onorare i debiti provocando così l’ennesimo tonfo del suo titolo a Hong Kong.
Né sorte migliore è toccata al celebre “tycoon” Jack Ma, fondatore di “Alibaba”, per lungo tempo beniamino del Partito e amico personale di Xi Jinping. Ora è pressoché sparito dai radar e pure la sua azienda ha subito pesanti tracolli.

Sfida cinese capitalista o comunista?

Mettendo insieme i vari pezzi del puzzle, sembra quindi confermata l’impressione di fondo di parecchi analisti occidentali. Xi e il Partito, dopo l’epoca “quasi liberista” inaugurata da Deng Xiaoping, hanno deciso di invertire la tendenza.
Le aziende non sono indipendenti e debbono adeguarsi agli ordini del Partito
, pena pesanti punizioni che possono anche comprometterne la salute economica. Non è facile prevedere come andrà a finire.
Il mercato dei capitali cinese non è poi così forte, e l’abbandono di quelli occidentali può comportare problemi seri. Staremo a vedere se Xi ha deciso di rendere di nuovo la Cina un Paese comunista a tutti gli effetti, puntando sul nazionalismo e sul rafforzamento militare.

Articoli recenti:

  • Roma invernale
    Da Piazzale Garibaldi al Gianicolo il più vasto panorama sulla Capitale
  • Sulla elezione del prossimo Presidente della Repubblica
    la sostanziale passività e inerzia degli schieramenti che (almeno formalmente) si contrappongono alla Destra, che innanzitutto hanno reagito alla candidatura Berlusconi in maniera semplicemente ridicola, definendola con il termine del tutto improprio ed eufemistico di “divisiva”, invece di bollarla subito con quello ben più appropriato di “inaccettabile”.
  • Biden pentito: «Ogni ingresso russo è invasione». Armi Usa dai Baltici. ‘Casus belli’ a convenienza
    Il presidente Usa criticato per aver parlato di «incursione minore», prova a correggere. Oggi Blinken vede Lavrov mentre Washington approva la richiesta dei Paesi baltici di inviare armi americane all’Ucraina. Breve storia sui ‘Casus belli’ falsi più recenti e creativi.
  • Call center
    Ragazze e ragazzi che hanno un titolo di studio, a volte anche una laurea, ma nessuna opportunità, se non i ”lavoretti” o impieghi in nero o andare via.
  • Argentina
    Il cielo carico di nuvole oscure è anche la ineludibile metafora della nuovamente allarmante congiuntura economica argentina. Assorbito il primo COVID-shock, la ripresa ha realizzato risultati niente affatto scontati: export+ 9% nel 2020 e di poco inferiore nella contabilita’ previsionale dell’anno appena concluso, bilancia dei pagamenti in attivo, incremento della raccolta fiscale e del PIL (anche per il 2022: +2,2 secondo il pronostico della CEPAL). Le robuste sovvenzioni decise in sostegno al turismo interno per la stagione in corso hanno rianimato i consumi: soprattutto trasporti, industria alberghiera e commerci vari. Sebbene in parte calcolata nella strategia economica del governo, pero’, la inarrestabile inflazione (che somma il 50 per cento negli ultimi 12 mesi) strappa con una mano gran parte di quello che distribuisce con l’altra. E’ il cane che si morde la coda.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: