Perché il problema clima diventa questione ideologica?

Alla domanda di Remocontro risponde, attraverso il direttore di Internazionale Giovanni De Mauro, il climatologo Ed Hawkins, dell’università britannica di Reading (nandocan)

***da remocontro, 27 settembre 2019 – Quand’è che abbiamo smesso di andare d’accordo? Quand’è che bianco e nero, alto e basso, caldo e freddo hanno cominciato a diventare concetti relativi su cui ognuno ha idee diverse?
Il mio dubbio come scritto nel sommario ma espresso meglio. Risposta di De Mauro attraverso Ed Hawkins, climatologo dell’università di Reading, nel Regno Unito e di una sua geniale intuizione. «Per provocare un drastico cambiamento di atteggiamento che porti a un movimento di massa, gli scienziati devono riuscire a infiltrare la cultura popolare». Basta emergenza climatica caricata di paura e angoscia, basta esclusività per pochi, ma interesse generale si immediata comprensione. Come? «Hawkins ha preso le temperature registrate sul pianeta dal 1850 al 2018 e ha attribuito a ogni anno una sfumatura di blu o di rosso a seconda della diminuzione o dell’aumento rispetto alla media degli anni tra il 1971 e il 2000. Il risultato è un grafico chiaro, immediato, comprensibile a tutti indipendentemente dall’età, dalla lingua parlata, dalle competenze scientifiche».

I colori non sono di parte

Le strisce blu indicano le temperature sotto la media, mentre quelle rosse indicano le temperature sopra la media. Guardi quella successione di colori che puntano decisamente verso il rosso fuoco, ed ecco che più e meglio di ogni rapporto ufficiale, ‘vedi’ come il pianeta si è riscaldato negli ultimi anni in modo brusco e anomalo, e l’escalation continua. Così le warming stripes, le strisce di calore di Hawkins, sono arrivate sui palchi di concerti, nelle cravatte di presentatori televisivi, sulle fiancate di tram, nelle copertine di riviste, e sulla copertina di Remocontro.

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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