Perché dico sì alla chiusura domenicale

Sono favorevole al rispetto della sosta domenicale, scrive Marnetto. Concordo in linea di principio, che tuttavia come è noto è già ampiamente messo in discussione per molte attività economiche, con vantaggio innegabile per tanti cittadini a cui è di fatto tolta la possibilità di recarsi a fare spese durante la settimana lavorativa. Forse la proposta di organizzare dei turni di apertura come avviene  per le farmacie, sempre che sia praticabile, potrebbe rappresentare un’alternativa accettabile (nandocan) 

***di Massimo Marnetto, 10 settembre 2018 – Ci sono eventi che hanno un senso solo se compiuti insieme. In termini antropologici vengono definiti come “rito”. Anche il riposo collettivo (domenicale) è un rito, in quanto fermarsi insieme dal lavoro non è equiparabile a una giornata solitaria di astensione (recupero). La discussione sul tema si è avvitata sulla grande distribuzione che protesta e i piccoli dettaglianti sono favorevoli. Questa però non è un’innovazione solo di politica commerciale, ma culturale. Ovvero, si sta orientando la famiglia media italiana a dedicare le ore domenicali normalmente trascorse nei grandi centri commerciali ad altre attività.

E qui è importante che si crei un’offerta di intrattenimento diffusa, come diffusi sono gli ipermercati. Anche nel piccolo centro, la domenica deve succedere qualcosa: un film in un cineforum organizzato dal comune; la presentazione di un libro in una sala della parrocchia; una gita naturalistica; la pulizia comunitaria di un sito degradato, ecc. Insomma, riconquistare la domenica come tempo comune di crescita, svago e coesione non alzerà il Pil, ma ci aiuterà a guarire dall’isolamento e dall’indifferenza.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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