Perché al voto e per chi

Roma, 18 ottobre 2021, ore 7, 45 – Spero proprio di non essere il solo che fa fatica a capire quanti neppure stamani andranno a votare perché Roberto Gualtieri non è abbastanza di sinistra. Neanche per me lo è. Avrei votato con entusiasmo per Walter Tocci, se avesse accettato la candidatura. Ma prima di Gualtieri avrei scelto volentieri Fabrizio Barca, se si fosse o lo avessero candidato. Oppure il capolista di “Roma futura” Giovanni Caudo, per cui ho votato al primo turno.

La mia lunga esperienza di elettore mi ha insegnato però che in democrazia conviene fare i conti con la realtà. E mentre si procede col maggiore impegno possibile in direzione dell’ideale, accettare – quando risulta evidente che la strada è ostruita – una deviazione nel meno peggio. Lasciando ai vari Tafazzi, che sempre purtroppo rimarranno, il piacere masochistico di agitare una bandiera anche a costo di favorire l’avversario politico.

Per questa ragione, alle scorse elezioni, sono stato anch’io tra quanti, a sinistra, hanno al ballottaggio votato la Raggi. Non era difficile metterne in conto l’inesperienza amministrativa così come il confuso orientamento politico. Ma l’indegno comportamento del PD nei confronti della giunta Marino e lo scandalo giudiziario di “Mafia capitale” avevano portato giustamente molti a considerare la priorità di una moralizzazione dell’apparato burocratico del Comune. La determinazione dei Cinque Stelle accanto alla loro “verginità” politica faceva sperare almeno in un decisivo passo avanti in quella direzione. Soprattutto se avessero avuto il buon senso di circondarsi di collaboratori più capaci e volenterosi di quelli che poi hanno scelto.

Oggi, a incoraggiarmi al voto, non c’è soltanto il “dovere civico” a cui richiama l’articolo 49 della Costituzione, ma anche la necessità e l’urgenza di una scelta decisiva per le sorti della capitale d’Italia. Affidandone l’amministrazione ad una persona comunque seria e capace come ha mostrato di essere Roberto Gualtieri nella difficile protezione della nostra economia a fianco di Giuseppe Conte. Piuttosto che ad una statura politica e morale tutto sommato inconsistente come quella di Michetti. Scansando il rischio di una rivincita del partito neofascista che aveva portato la nostra città alla disastrosa e squallida avventura della giunta Alemanno.

Infine non possiamo trascurare il colpo che una sconfitta del centrosinistra porterebbe anche alla costruzione di una nuova alleanza a sinistra. Che si ponga alle prossime elezioni politiche come alternativa al “governo di tutti” e alla sua inevitabile subalternità al tecno-capitalismo neoliberista. E alla prospettiva “riassunta” e indicata ieri sul Manifesto da Norma Rangeri anche ai tanti, come me, che hanno rifiutato, cinque anni fa, di militare o rimanere nel Partito di Renzi.

“un nuovo partito della sinistra, assolutamente autonomo organizzativamente, culturalmente, politicamente; politiche unitarie solo dove ci siano le condizioni per imporre scelte di sinistra, di alternativa al neoliberismo, di democrazia in Italia e in Europa; da ultimo liste elettorali non decise di volta in volta, con una sarabanda demenziale di sigle, ma espressione diretta di soggetti politici chiari, di referenti sociali, di insediamento territoriale, ma anche di direzione nazionale unitaria”.

E ancora: “Solo una soggettività politica siffatta potrà poi decidere, a seconda delle circostanze e dei programmi, le politiche di alleanza, con il Pd e altre forze democratiche. Ma se non si assume questa latitudine di visione, questa ambizione strategica, se continuiamo a dividerci fra chi è “costitutivamente disponibile ad accordi col Pd” e chi vuole “insorgere”, continueremo a perdere per l’eternità”.

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