Per il Senato Calderoli non è razzista. E’ solo “eccessivo”

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Anche se l’affermazione contenuta nel titolo di articolo21 è da considerarsi prematura (nel senso che l’aula del senato dovrà ancora pronunciarsi), il voto quasi unanime  – cinque stelle ha votato contro – della giunta per le elezioni e le immunità parlamentari è proprio una vergogna. Motivare l’infelice battuta di Calderoli come espressione “insindacabile” delle sue funzioni parlamentari non è soltanto un atto corporativo che, confermando l’arroganza della “casta”, “sputtana gravemente proprio quelle funzioni “usate come ombrello protettivo e comodissimo alibi”, come perfettamente osserva sulla Repubblica Michele Serra. E’ molto peggio, perché quella “licenza” all’insulto volgare e gratuito – che farebbe parte, secondo i senatori rigorosamente in giacca e cravatta, del “linguaggio politico” – si estende, in questo caso, all’espressione del razzismo più bieco, nel più assoluto disprezzo di quel principio di uguaglianza dei cittadini che solo tre giorni fa, richiamato dal Presidente della Repubblica nel suo messaggio, aveva ricevuto il caloroso applauso dei medesimi senatori (nandocan).

***di , 6 febbraio 2015* – Una decisione grave e imbarazzante quella della Giunta delle immunità parlamentari del Senato che ieri ha respinto la proposta – avanzata da Vito Crimi (M5S) – di concedere l‘autorizzazione a procedere contro il senatore Roberto Calderoli per le dichiarazioni razziste e offensive contro l’ex ministra Cecile Kyenge.
Per chi se lo fosse dimenticato l’esponente leghista nonché (ahinoi) vicepresidente del Senato nel luglio del 2013 in un comizio a Treviglio apostrofò l’ex ministra Cecile Kyenge come “orango”. “Amo gli animali – tuonò sul palco – orsi e lupi com’è noto, ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di orango”.

All’indomani di quell’imbarazzante dichiarazione lanciammo sul sito Change.org una petizione per chiedere le dimissioni di Calderoli. Oltre 180mila cittadini la firmarono in pochi giorni, indignati e disgustati da quell’affermazione, espressione di una sub cultura razzista per troppo tempo accettata o derubricata a “eccessi verbali”. Ed è inaccettabile invocare la libertà di espressione di fronte a dichiarazioni opposte allo spirito della Costituzione e della Convenzione europea dei Diritti dell’uomo.

Per questo la decisione assunta dalla Giunta delle immunità è sconcertante e ci auguriamo che l’aula del Senato la corregga rapidamente.
Il razzismo non è un’opinione ma un reato. Ed è ancora più grave se a commetterlo è un alto rappresentante delle istituzioni.

#cacciamoilrazzismodalleistituzioni

*da articolo21.org, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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