Pasolini Roma

Marnetto miniaturada Massimo Marnetto questa recensione della mostra su Pasolini al Palazzo delle Esposizioni di Roma (nandocan) ***27 aprile 2014 – L’eremitismo intellettuale di Pasolini è una vocazione precoce.

La mostra a lui dedicata (Palazzo delle Esposizioni) lo coglie già nel suo distacco dal Friuli; luogo di rifugio e di sofferenza per la morte del fratello Guido nella Resistenza; una provincia avara di risposte per quel giovane dagli zigomi ossuti e gli occhi inquieti, pieni di domande.
L’arrivo a Roma è duro, come la periferia dove trova il primo rifugio e il primo lavoro da insegnante. Il magro stipendio non gli impedisce di scrivere, di immergersi e assorbire l’energia dei quei luoghi popolari, pieni di contraddizioni ma ricchi di autenticità.
Spiega questa strana realtà in un raro video intervista in francese con un giornalista d’oltralpe, presentato con i sottotitoli  su un monitor della sala. In quel dialogo, già si vede emergere  la sua profonda avversione per la falsità borghese, effetto dell’affannosa ricerca di status poggiato sul consumismo.
Conformismo, consumismo sono parole ormai vintage, pietre levigate da anni di dibattiti abrasivi; eppure rilette nei documenti di Pasolini le sento ancora credibili.
Nelle sale della mostra si vede il suo progressivo  inserimento negli ambienti intellettuali della Capitale, attraverso scatti in bianco e nero con Morante, Fortini, Guttuso, Moravia, Maraini, Calvino, Fellini e molti altri.  Pubblica libri, poesie, collabora alla sceneggiatura di alcuni film, ne realizza di suoi con attori presi dalla strada; scrive persino le parole per una canzone di Modugno, si sposta in case sempre più centrali.
Insomma, sembra finalmente integrato, ma l’ Eremita ha bisogno di improvvisi isolamenti, per continuare la sua ricerca di senso con cui placare la sua inquietudine.
Intanto, la sua immagine viene lapidata per la sua omosessualità e la libertà con cui tratta temi rimossi dai benpensanti.
Lo scabroso libro “Ragazzi di vita” oltre al successo, gli procura denunce, processi, a cui si sommano reazioni di rigetto di critici e politici per altri suoi lavori, fino all’espulsione dal PCI (nella bacheca di una sala è esposta  la sua tessera originale di partito e un articolo de L’Unità con le motivazioni del provvedimento).
Mentre il Pasolini pubblico diventa un personaggio contrastato ma ammirato del panorama culturale dell’epoca, quello privato – oggetto principale della mostra –  oscilla tra forti momenti di sofferenza e drastiche prese di posizioni sempre più provocatorie.
Spiazzante per la sinistra ufficiale  è la sua scelta di campo in occasione dei primi scontri del ’68 a Valle Giulia, a favore dei poliziotti figli del proletariato, contro gli studenti pseudo-rivoluzionari, figli dei borghesi. Le polemiche che seguirono questa sua dichiarazione segnano profonde divergenze anche con vecchi amici.
L’antica e isolata Torre di Chia, acquistata e risistemata, è il rifugio dove trova la calma per scrivere. In una teca, c’è in mostra la sua vecchi Olivetti e vari manoscritti, torturati di correzioni.
Pasolini ha un rapporto di amore odio per la televisione. Così decide di utilizzarla a favore dei proletari, girando  l’Italia per farli parlare con la sua famosa indagine sul sesso. Molto bella la soluzione dei curatori, che la rimandano proiettando le immagini di quelle imbarazzate risposte nell’abitacolo di una Fiat 1100 (mettendo il naso nello spiraglio del finestrino, ho riconosciuto l’odore dello stesso modello di mio nonno). L’inchiesta è fonte di altre polemiche, consensi e stroncature, ma soprattutto per la definitiva avversione di Pasolini sull’uso della tv.
In un testo proiettato su uno schermo, c’è  la sua ultima denuncia contro la televisione. “Il video è una terribile gabbia che tiene prigioniera l’intera classe dirigente italiana dell’opinione pubblica, servilmente servita per ottenerne il totale servilismo”.
Il 2 Novembre 1975 l’Eremita viene assassinato.
Lasciandoci un patrimonio artistico e umano inestimabile.
Ed un messaggio preciso: non puoi batterti per gli ultimi, se non li frequenti.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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