Papa Francesco nell’Inferno del Messico

Papa Francesco col sombreroRoma, 12 febbraio 2016 – L’inferno del narcotraffico, quello realisticamente descritto nelle fiction terrificanti di “Narcos”, diffuse da Netflix in tutto il mondo, o meglio ancora narrato nelle pagine di “ZeroZeroZero”, il libro inchiesta di Roberto Saviano sulle bande della cocaina. Sarà questo il Messico che accoglierà tra poche ore Papa Francesco, subito dopo lo storico incontro nell’isola di Cuba col patriarca di Mosca. Altro che folklore, cerimonie ufficiali e pittoreschi bagni di folla.
Il Papa ha scelto di evitare le diocesi più grandi per sostare invece fra le popolazioni offese dalla povertà e dalla violenza più crudeli. Domenica prossima sarà a Ecatepec, al centro di una regione dove da anni si scontrano sei diversi cartelli della droga. Lunedì nella regione meridionale del Chiapas, una delle zone più povere dell’America Latina, dove le missioni evangeliche pentecostali, ma anche qualche comunità di born again del fondamentalismo protestante, sembrano avere più seguito della Chiesa cattolica. E martedì nel Michoacàn, la piazza più contesa fra i trafficanti di droga e non solo di quella.
Infine, al confine nord con gli Stati Uniti. Ciudad Juàrez non è soltanto il luogo delle più sanguinose guerre tra i narcos ma anche il teatro della tragedia quotidiana di migranti in fuga dalla miseria, dai rapimenti e dai serial killer per cercare scampo negli USA. Qui Francesco concluderà il suo viaggio, visitando un carcere e celebrando una messa, durante la quale – ne sono certo – farà udire altissima la sua invocazione all’accoglienza, come al più urgente atto di misericordia e condivisione che Dio o la storia domandano ai popoli più fortunati. Poco fa ho letto in un’agenzia che il Papa, in solidarietà con i migranti, avrebbe voluto attraversare il confine, ma non gli è stato permesso per motivi di sicurezza.
In Messico la vita quotidiana di milioni di persone è stata stravolta, gettata nell’ insicurezza.Terrorismi di diversa natura rendono insicuri e spesso impercorribili centinaia di strade e tratti costieri. Sul cammino che percorrerà Papa Francesco è stata giorni fa rapita, torturata e uccisa Anabel Flores Salazar, l’ultima dei 77 giornalisti trucidati in questo paese. Indagava e scriveva sul narcotraffico per un giornale di Puebla. Aveva 32 anni e due figlioletti, il minore di poche settimane.
Ma non ci sono soltanto i signori della droga a imporsi e perseguitare con la violenza. Il comportamento della polizia o dell’esercito si confonde a volte con quello dei criminali, per cui si può essere certi che nel carcere di Ciudad Juarez  il Papa si troverà di fronte anche qualche vittima innocente. “In Messico la tortura è generalizzata…tanto come castigo quanto per estorcere informazioni; e viene specialmente praticata dal momento della detenzione fino a quello in cui interviene il magistrato inquirente”. A scriverlo, riferendosi espressamente ai corpi armati dello stato, è Juan E. Mendez, relatore speciale su “Tortura, Tratti ignominiosi e Pene crudeli, Inumane o Degradanti” per il Congresso legislativo della Repubblica.  E sono 26 mila i desaparecidos denunciati negli ultimi 30 mesi.
Neppure la Chiesa si salva del tutto in questo inferno. Del viaggio papale, è probabile, qualche vescovo avrebbe fatto volentieri a meno. Fatto sta che, a differenza che in altri Paesi dell’America latina, nessuno parla di scontri con il potere politico da parte della gerarchia ecclesiastica locale. Leggo su internet che “a tutt’ oggi, nello stato di Guerrero, i genitori dei 43 studenti della scuola normale di Ayotzinapa, sequestrati a Iguala nel settembre 2014, e sui quali l’ informazione del governo è stata smentita dalla verifica dei fatti, non riescono a ottenere di poter incontrare Francesco. Il dialogo con la Chiesa locale non è scorrevole, ha detto un loro avvocato”. Forse assisteranno alla messa papale a Ciudad Juarez. Chissà se Francesco o qualcuno del suo seguito troveranno il modo di avvicinarli.

 

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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