Papa Francesco: l’incontro con i centauri in sella alle Harley Davidson.

PAPA: SALUTA PARTECIPANTI A RADUNO HARLEY-DAVIDSONdi Piero Schiavazzi, 16 giugno 2013* – Al posto dei cosacchi di Stalin, che avrebbero dovuto abbeverare i cavalli nelle fontane di Piazza San Pietro, sono invece arrivati i centauri, ebbri di gasolio, a riempire di traboccante vitalità il giorno dell’Evangelium Vitae.

Meglio degli inni della Schola Cantorum e dei canoni di una liturgia ingessata, le sgasate delle Harley-Davidson hanno alla fine offerto l’immagine più “consona”, nel senso acustico e letterale, di una Chiesa che ha urgenza di apparire viva, riaccendere i motori e rimettersi in pista.

“Che immagine abbiamo di Dio?”, si è interrogato Francesco nell’omelia. “Forse ci appare come un giudice severo, come qualcuno che limita la nostra libertà di vivere. Ma tutta la Scrittura ci ricorda che Dio è colui che indica la via della vita piena.”
Percorrendo a lungo via della Conciliazione e benedicendo i bikers da vicino, Francesco è tornato dentro di sé a un tempo in cui faceva il buttafuori a Cordoba, in un locale malfamato, e indossava probabilmente anche lui un giubbotto di pelle, per aggiungere deterrenza e credibilità professionale al proprio look.

Applicando la metafora, potremmo dire che mezzo secolo dopo gli orizzonti personali non sono cambiati e che Bergoglio è stato chiamato dai confini del mondo a fare ancora il “buttafuori”: nel senso stretto, cacciando dal tempio i mercanti che l’hanno reso malfamato e in senso esteso, spingendo l’intera Chiesa fuori da se stessa, verso la nuova evangelizzazione.

La presenza delle Harley-Davidson ha trasformato in gioiosamente futuribile la scenografia di San Pietro, come si addice alla sceneggiatura di un papato post-ideologico, che non riconosce più la segnaletica del Novecento, con i suoi divieti e le direzioni obbligate.

Le ideologie sopravvissute, da cui non farsi guidare, ha detto il Papa, sono quelle che “mettono ostacoli alla vita, che non la rispettano, perché sono dettate dall’egoismo, dall’interesse, dal profitto, dal potere, dal piacere e non dall’amore”.

E’ stato questo il bivio, lo snodo centrale dell’omelia: una frase che extrapolata contiene un anelito libertario, da “diari della motocicletta”, e potrebbe annoverarsi tra gli slogan amati dagli Harlisti per istoriare tute e carrozzerie.

Il discorso del biker Francesco, atteso dagli osservatori ai passaggi della curva più difficile, ha tenuto la strada con equilibrio, senza sbandare nella polemica.

L’unica “sgasata”, sul finale della cerimonia, l’ha data il vescovo Fisichella, Presidente del Consiglio per la Nuova Evangelizzazione e organizzatore dell’evento, che ha ribadito “l’impegno a non tacere in difesa della vita, quando alle ingiustizie sociali del passato si aggiungono oppressioni ancora più gravi, magari scambiate per elementi di progresso, in vista dell’organizzazione di un nuovo ordine mondiale”.

Parole a cui Francesco ha fatto eco invitando a pregare per la vita “fragile, indifesa, minacciata.” Nella sua omelia non ci sono stati attacchi frontali. Nessuna carica lancia in resta. E in definitiva nemmeno nel saluto di Fisichella, prelato dagli accenti ordinariamente più murattiani. L’unica cavalleria presente in piazza, pacifica e motorizzata, sebbene un po’ barbara, era quella dei bikers.

Francesco, anche se la definizione non gli piace, ha tenuto un discorso “politicamente corretto”, che ha reso ancora più evidente l’errore politico del Primo Cittadino, partito per non incorrere in una falsa partenza. Se l’assenza di Marino da Roma e dal Gay Pride, con le polemiche conseguenti, fosse infatti riconducibile come sembra all’imbarazzo di dover presenziare, in par condicio, alla giornata dell’Evangelium Vitae, per il nuovo sindaco si tratterebbe di una occasione perduta. Con i gay e con la Chiesa.

Pur volando alto, il Pontefice ha tuttavia tenuto a precisare che il cristiano non è “una persona che vive nelle nuvole, fuori dalla realtà, ma pensa e agisce nella vita quotidiana”.

Nel giorno dedicato al Vangelo della Vita non sono mancate le accelerazioni politiche, però verso un altro traguardo e all’indirizzo di un altro destinatario.
Non Oltretevere, ma Oltremanica. Non il Campidoglio, ma Downing Street.
Al termine della cerimonia, la Santa Sede ha con tempismo diffuso il messaggio di Francesco a David Cameron alla vigilia del G8 di Lough Erne.

Al Primo Ministro, che gli aveva inoltrato l’agenda del summit, il Papa ha risposto con una lettera, questa sì, ai limiti del politically correct, invertendo le priorità fissate dalla Presidenza Britannica, che riguardano “soprattutto il libero commercio internazionale, il fisco, la trasparenza dei governi e degli agenti economici”.

Per affrontare tali sfide, osserva Bergoglio, è necessario “un cambiamento di atteggiamenti, che ridia al fine e ai mezzi il posto loro proprio. Il denaro e gli altri mezzi politici ed economici devono servire e non governare…”
“D’altra parte”, ha insistito, portando al tavolo del G 8 il messaggio dell’Evangelium Vitae,“il fine dell’economia e della politica è proprio il servizio agli uomini, a cominciare dai più poveri e i più deboli, ovunque essi si trovino, fosse anche il grembo della loro madre.”

Il Papa ha quindi concluso con una nota di garbata ironia o di britannico humour, in considerazione dell’interlocutore: “Ho voluto condividere con Lei, Primo Ministro, quello che è implicito in tutte le istanze politiche, ma che a volte si può dimenticare, l’importanza di mettere l’uomo, ogni singolo uomo, al centro di ogni attività politica ed economica”.
Quello di Lough Erne è il primo G 8 per Francesco, il quale ha mostrato di non scalare le marce, né abbassare i toni nel passaggio dalle omelie in famiglia del mattino ai messaggi ufficiali ai governanti.

La “sgasata” dal Vaticano è giunta fino alla verde Irlanda, rompendo la quiete della terra dei due laghi, dove si sono dati appuntamento i Grandi. Ma proprio il ruolo di coscienza critica, che la Chiesa di Francesco esercita in crescendo e ad alta voce sulla scena internazionale, lo induce ad accelerare sempre più rapidamente verso quella trasparenza finanziaria che il G 8 ha posto al centro dell’agenda, come “il filo rosso dello sviluppo”, e che la pubblica opinione si attende da tutti gli “agenti economici”, a cominciare da quelli della Santa Sede.

*Huffington post, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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