Panopticon tecno-spia Usa: ogni dato possibile sulla popolazione, arma segreta ora nella mani dei talebani

*da Remocontro, 15 settembre 2021

Una quantità di armi americane lasciate indietro dall’esercito afghano  dissolto, ora in mano agli studenti coranici, minaccia tutta ancora da valutare. Ma è accaduto di peggio per un’arma immateriale ancora più potente di missili o droni, denuncia Giovanna Branca sul Manifesto: «i dispositivi e i database per la raccolta e la catalogazione dei dati biometrici della popolazione»

La schedatura Ovra faceva ridere

Nomi e cognomi, impieghi, connessioni familiari, appartenenza etnica, impronte digitali, scansioni dell’iride che offre ai talebani al potere di sapere con poco sforzo chi ha collaborato con le forze occidentali, o lavorato per il governo ‘americano’ precedente. Tutto quello che vorresti poter sapere su un eventuale nemico.

Confessione a Intercept

«A tre giorni dalla caduta di Kabul, il 18 agosto, delle fonti dell’esercito statunitense confermano a The Intercept che durante l’offensiva i talebani si sono impossessati dei dispositivi HIIDE (Handheld Interagency Identity Detection Equipment), in uso alle forze armate americane per operazioni militari, e collegate al database ABIS, custodito al Dipartimento della Difesa e con cui, come spiega la giornalista investigativa Annie Jacobsen, venivano identificati gli obiettivi degli attacchi condotti con i droni».

Schedatura solo militare?

Scopo dichiarato puramente militare, raccontarono. «Stabilire l’identity dominance (dominio sull’identità) statunitense nel Paese centroasiatico avrebbe consentito agli Usa un vantaggio strategico nei confronti del nemico: prevenire gli attacchi all’esercito, ottenere una preziosa intelligence sui suoi piani e spostamenti».

Pinocchio in mimetica

Con un’inchiesta pubblicata il 30 agosto per la MIT Technology Review, Eileen Guo e Hikmat Noori hanno chiarito che il vero pericolo è rappresentato dai database biometrici: «il censimento, la lotta alle truffe come gli ‘stipendi fantasma’ destinati a inesistenti membri dell’esercito e la polizia, la gestione di processi democratici come il voto».

«A differenza del database protetto dal Dipartimento di Stato Usa, questi sono database afghani, custoditi nei vari ministeri di Kabul, con ogni probabilità a portata di mano per coloro che oggi esercitano il potere».

Sorveglianza e controllo totale

L’influenza statunitense sulla elaborazione fuori dai propri confini di un esperimento di sorveglianza e controllo totale è evidente dalle decine di acronimi militari fra cui bisogna districarsi per comprendere quanti dati, e soprattutto di che entità, sono ora a disposizione dei talebani.

Afghan Automatic Biometric Identification System

Due in particolare si impongono all’attenzione: l’AABIS (Afghan Automatic Biometric Identification System), a disposizione del Ministero della difesa e che mirava a raccogliere, secondo Jacobsen, i dati biometrici sull’80% della popolazione afghana, e l’APPS (l’Afghan Personnel and Pay System), in dotazione al Ministero dell’interno e a quello della difesa per pagare gli stipendi di esercito e polizia.

Spiare un popolo, prima fu in Irak

Nel suo libro First Platoon: A Story of Modern War in the Age of Identity Dominance (2020), Jacobsen spiega che la strategia «biometrica» nasce in Iraq, a pochi mesi dall’invasione statunitense, quando l’Fbi inizia a raccogliere i dati biometrici delle decine di migliaia di detenuti a Camp Bucca – fra i quali il futuro «califfo» dello Stato islamico al-Baghdadi – e a raccoglierli in database.

I consiglieri del falco Rumsfeld

E la ‘Defense Science Board’, consiglieri civili del Pentagono voluti da Donald Rumsfeld, arriva a stabilire che per i database serve un «Progetto Manhattan» (il programma che ha portato allo sviluppo delle prime bombe atomiche): «qualcosa che li trasformi da dati grezzi in armi».

Combined Joint Interagency Task Force

Nel 2010, una conferenza della Combined Joint Interagency Task Force per l’utilizzo dei dati biometrici in un’altra guerra Usa, quella combattuta in Afghanistan, detta però già le linee guida per un utilizzo di questi dati che si espande ben oltre la dimensione militare. APPS, per esempio, raccoglie (fra quelli noti) ben 36 data points sulle persone schedate – fra cui informazioni sensibilissime come le parentele e l’etnia.

L’orecchio che ascolta tutti

Altri dati base non meno «minacciosi», quelli (come scrive Politico) custoditi dalle compagnie di telecomunicazione, che consentono di stabilire chi ha chiamato chi – anche personale occidentale in contatto con collaboratori afghani -, gli spostamenti delle persone in base alle celle agganciate dai telefoni, perfino il contenuto delle conversazioni.

Un arma già usata dai talebani

«Già nel 2016 i talebani avevano dato prova del loro interesse – e capacità – nell’accedere a dati biometrici dei ‘collaborazionisti’ con il governo e gli invasori», sottolinea Giovanna Branca. A Kunduz avevano preso in ostaggio 200 passeggeri di un bus e ucciso 12 membri dell’esercito afghano, individuati con un dispositivo in grado di scansionare e riconoscere le impronte digitali.

La Difesa si difende

«Gli Stati Uniti hanno preso prudenti precauzioni per assicurarsi che dati sensibili non cadano nelle mani dei talebani. Queste informazioni non sono a rischio», ha affermato un portavoce del Dipartimento della difesa.

La Difesa bugiarda

Ma secondo Thomas Warrick, ex ufficiale dell’Homeland Security sentito da Politico, «non c’è praticamente dubbio che i talebani abbiano messo le mani su una preziosa miniera di informazioni che possono sfruttare a loro piacimento». Un Panopticon sviluppato dagli Stati uniti e «consegnato» ai nemici contro i quali era stato concepito.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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