Palestina. La “normalità” degli abusi sui minori

Gaza, bambiniNella foto (di http://www.lettera43.it) tre bambini sotto le bombe a Gaza. Numerosi rapporti analizzano le gravi violazioni israeliane del diritto internazionale, dall’assedio della Striscia al trattamento delle centinaia di bambini arrestati in Cisgiordania. Peccato che rimangano sconosciuti ai più e che da noi la gran parte dei media faccia ricorso a un impossibile equilibrismo per mettere sullo stesso piano vittime ed armi, i razzi quasi sempre impotenti di Hamas come i bombardamenti prima, l’invasione ora dell’esercito di Israele (nandocan).

***di Francesca La Bella, 21 luglio 2014* – Dall’inizio dell’operazione “Barriera Protettiva” contro la Striscia di Gaza, ogni giorno abbiamo avuto notizia della morte di uno o più minori. In molti casi si tratta di bambini molto piccoli, colpiti dai bombardamenti o, da tre giorni a questa parte, dal fuoco delle truppe di terra israeliane.

L’uccisione di civili ed, in particolar modo, di minorenni, anziani e invalidi, costituisce una grave violazione del diritto internazionale in generale e delle convenzioni di Ginevra in materia di diritto umanitario in situazioni belliche in particolare.Per far fronte a questa terribile accusa i portavoce israeliani hanno affermato che sono state messe in atto tutte le misure necessarie a minimizzare le vittime civili attraverso la comunicazione preventiva degli attacchi e che la responsabilità di queste morti deve essere esclusivamente imputata ad Hamas perché utilizzerebbe i civili come scudi umani. Nel caso dei quattro bambini colpiti sulla spiaggia da un missile sparato dal mare, il governo israeliano ha persino porto le sue ufficiali scuse perché le vittime civili sono state collaterali rispetto all’eliminazione di un obiettivo “legittimo”, un militante di Hamas. Israele afferma, dunque, di aver fatto tutto ciò che è necessario per cercare di proteggere i soggetti deboli al meglio in un contesto difficile come quello attuale.

La realtà è, però, ben diversa. La Striscia di Gaza è uno dei territori con la maggiore densità demografica al mondo, chiusa su tutti i lati, con valichi di confine dai quali è possibile uscire solo con il beneplacito di Israele, o dell’Egitto per quanto riguarda il valico di Rafah.  I minori e le loro famiglie hanno possibilità di fuga quasi nulle, soprattutto in frangenti come quello attuale e, anche se riuscissero ad allontanarsi, mancherebbe loro un posto dove andare e l’assicurazione della tutela dei loro diritti fondamentali. In tale senso si era già espresso il Comitato internazionale sui diritti del fanciullo che, l’anno passato, aveva sottolineato come un attacco in un territorio come Gaza violava sia il principio di proporzionalità sia quello di distinzione (civili-combattenti) date le condizioni fisico-demografiche dell’area. Nei rapporti di organizzazioni come Save the Children viene, inoltre, evidenziato quanto vivere nella Striscia, anche normalmente, comporti un disagio fisico e psicologico, soprattutto dei minori, che tende ad aggravarsi nelle fasi di conflitto: mancanza d’acqua e medicine; senso di insicurezza dovuto alla persistente possibilità di attacco; limitazione della libertà di movimento/emigrazione.

La condizione dei minori palestinesi è, infatti, molto difficile anche durante i periodi di non belligeranza. E’ di fine giugno la pubblicazione di un rapporto dell’Euro-mid Observer For Human Rights, organizzazione non governativa con base a Ginevra, nel quale si evidenziavano le numerose violazioni dei diritti dei minori palestinesi perpetrate da Israele. Attraverso testimonianze dirette, analisi dell’UNICEF e dichiarazioni di operatori internazionali, il rapporto presenta la condizione dei minori palestinesi, principalmente nella Cisgiordania, e cerca di descrivere il trattamento al quale può essere soggetto un minore al momento dell’arresto da parte israeliana.

Sottolineando prioritariamente che, tra inizio 2010 e metà 2014, i minori presi in custodia dalle forze armate israeliane sono stati circa 2500, di cui 400 tra i 12 e i 15 anni, il rapporto descrive in maniera analitica i diversi passaggi della presa in custodia, dall’arresto all’interrogatorio, alla detenzione. I reati generalmente contestati riguardano il lancio di sassi e molotov contro militari israeliani, la partecipazione a manifestazioni pacifiche non autorizzate, la vicinanza a gruppi considerati illegali o anche solo la conoscenza di persone appartenenti a suddetti gruppi. La contestazione delle accuse non è, però, un passaggio fondamentale al momento dell’arresto. Secondo molte testimonianze, infatti, i minori vengono portati via dalle loro case in piena notte, ammanettati e a volte bendati, senza che ai genitori venga comunicato il motivo dell’arresto o consentito di accompagnarli. Davanti alla richiesta di maggiori informazioni sulla natura del reato o sulla localizzazione del minore le risposte rimangono vaghe e, spesso, solo dopo la confessione del soggetto sotto custodia, alle famiglie viene concesso di visitare il minore e di conoscere le accuse.

A questo si aggiunga che le modalità di interrogatorio portano quasi sempre ad una piena confessione. In primo luogo mancano avvocati difensori e traduttori e i minori, in molti casi, vengono interrogati in ebraico e obbligati a firmare documenti nella stessa lingua. Se questo non bastasse, alle violazioni procedurali, spesso, si aggiunge vera e propria coercizione fisica. Nel rapporto di monitoraggio dell’UNICEF sulla condizione dei minori sotto detenzione militare israeliana di ottobre 2013, ad esempio, venivano elencati una serie di casi di minori che, sotto custodia, sono stati sottoposti a violenza fisica, anche con bastoni, e molti organismi internazionali, come il Defense for Children International – Palestine (DCI-Palestine), sottolineano come la perquisizione corporale, l’intimidazione, l’umiliazione e l’isolamento siano pratiche normalmente utilizzate benché vietate dalla Convenzione internazionale dei diritti del Fanciullo siglata da Israele nel 1991.

La mancata tutela dei minori palestinesi non si estrinseca, però, solo nel momento della presa in custodia. Proprio il comitato internazionale delegato a monitorare la messa in atto della Convenzione sopracitata, nel suo ultimo rapporto, datato giugno 2013, esprime grande preoccupazione per i trattamenti riservati ai minori palestinesi dalle forze armate israeliane. In questo senso condanna l’utilizzo dei minori come scudi umani, protezione di veicoli militari dal lancio di pietre e avanguardie in edifici potenzialmente pericolosi, ed informatori (14 casi segnalati tra gennaio 2010 e marzo 2013) e sottolinea come i responsabili di tali atti in passato non siano stati processati per tali violazioni.

Mancata garanzia dei diritti minimi dei minori, violenze sistematiche nei loro confronti e uno stato di latente conflitto fanno si che, nonostante in questi 11 giorni di attacco i minori che hanno perso la vita siano già più di 100 e che tra le decine di arresti effettuati in Cisgiordania moltissimi siano minori, questa non debba essere considerata una situazione eccezionale. Per i giovani palestinesi quello che succede in questi giorni è molto simile alla normalità.

Fonte: Nena News, foto di http://www.lettera43.it

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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