Paese che vai quarantena che trovi. Prima fu Venezia nel 14esimo secolo

Giovanni Punzo su Remocontro, 9 gennaio 2022

Breve storia della quarantena, dalla peste bubbonica al coronavirus, dalla repubblica marinara di Venezia a Wuhan passando per abusi, errori e superstizioni. Partiamo dal nome, e poi Giovanni Punzo ci racconterà il resto. Quarantena dai 40 giorni che le imbarcazioni dirette a Venezia dovevano trascorrere, nel 14esimo secolo, al largo della città lagunare, per proteggere la città dalla “peste nera”. La catastrofica pandemia esplosa nel corso del 1300.
Una storia molto lunga e spesso tragica. A volte complessa, come quella che stiamo vivendo oggi, Covid quarta ondata, con la quarantena quasi a nascondino: c’è, non c’è, forse. A prevenzioni variabili di Stato
.Purtroppo il virus c’è, eccome.

La pestilenze dell’età classica

Della peste di Atene descritta da Tucidide (V secolo a.C.) e della ‘peste antonina’ nell’impero romano (165-180 d.C.) si è parlato già molto. Sembra che allora – a parte cautele personali – non siano state imposte misure sanitarie collettive ad evitare la circolazione della malattia. Salvo la comparsa di innumerevoli maghi o ciarlatani ai quali si affidava la popolazione che non nutriva più fiducia nei medici impotenti. Le ‘cure alternative’ le chiameremmo oggi. Luciano di Samosata ricorda con sarcasmo di un verso magico scritto da uno di costoro inciso sulle porte di molte case a protezione degli abitanti, che alla fine indicava dove si erano estinte famiglie intere.

La grande peste del Trecento e le prime quarantene

I commerci, secondo un antico luogo comune, hanno sempre favorito le epidemie, anche se lo scambio delle merci in se non ne è diretto responsabile, quanto la fitta rete di contatti umani. Non è casuale che le prime ‘quarantene’ siano state istituite in città marinare. Furono infatti prima Venezia e poi Pisa nella seconda metà del XIV secolo ad istituire un periodo obbligo di «segregazione e osservazione» della durata di quaranta giorni, e la pratica si diffuse anche fuori d’Italia come ad esempio a Ragusa (oggi Duvrovnik). Un compromesso tra la necessità dei commerci e la salute pubblica. Non esisteva una vera e propria teoria medica del contagio, ma dalle osservazioni delle autorità sanitarie che si erano rese conto che un soggetto malato poteva sembrare sano ed era necessario attendere per capire.

Luoghi di isolamento 

Sorsero così luoghi isolati al di fuori delle città o furono occupate piccole isole (Nisida, nel golfo di Napoli, San Bartolomeo sul Tevere) dove furono insediati i cosiddetti ‘lazzaretti’, controllati dalle autorità sanitarie, vigilati da fuori con attenzione e gestiti all’interno nella maggioranza dei casi da ordini religiosi. Alla fine del Quattrocento a Milano ne sorse uno progettato per la prima volta tenendo conto dei principi sanitari dell’epoca e anche delle esigenze dei pazienti: divenne famoso durante la peste del 1630 narrata nei ‘Promessi sposi’ da Alessandro Manzoni. Altri sorsero anche fuori della Lombardia e ne resta traccia oggi in molte parti d’Italia.

Cordoni sanitari

Più interessante la storia dei ‘cordoni sanitari’ che erano definiti di volta in volta a seconda dell’espandersi di un’epidemia. Di solito erano affidati alla sorveglianza dei militari, ma in un caso particolare riuscirono a trasformare una parte d’Europa. Ai confini tra impero asburgico ed impero ottomano, dagli inizi del Settecento in poi, si temeva il passaggio di soggetti infetti, viste le precarie condizioni sanitarie dell’impero ottomano dove imperversavano spesso epidemie, ma gradatamente si sviluppò anche un sistema militare e doganale la cui sicurezza era affidata agli stessi abitanti del luogo. E i turchi non avevano nemmeno lazzaretti…

Ambiguità degli isolamenti

Con il passare del tempo però la protezione sanitaria e la quarantena cominciarono ad essere contestate e anche a rappresentare l’inclusione o l’esclusione da una comunità, e i luoghi destinati alle quarantene, spesso se in zone di frontiera, cambiarono natura. Lazzaretto e misure restrittive avevano rappresentato fino ad un certo momento l’immagine di uno stato che aveva trovato una soluzione per far continuare le normali condizioni anche nel disordine di un’epidemia. Assieme cominciava a manifestarsi un’apprensione nei confronti di tutto ciò che proveniva dall’esterno e non solo delle malattie.

Un simbolo delle paure delle società avanzate divenne alla fine del XIX secolo Ellis Island, l’isola della quarantena nella baia di New York nella quale transitarono ‘per accertamenti’ più di dieci milioni di migranti –tantissimo italiani- nella più grande democrazia del mondo. Su uno scoglio lì vicino, la Statua della Libertà.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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