Ora sono i cinesi a cercare il ‘decoupling’, prendere le distanze dall’economia Usa

Nella notte del 16 novembre il Presidente americano Biden e quello cinese Xi Jinping si sono incontrati per la prima volta, anche se solo virtualmente, da quando Biden è entrato in carica, dopo che erano già saltati possibili incontri a Roma in occasione del G20 e a Glasgow per la Cop26.
Oltre la versione politico strategica delle tensioni tra i due giganti, a partire da Taiwan, la sfida di fondo resta per ora quella economico commerciale. Decoupling, ‘disaccoppiamento commerciale’, la riduzione dell’interdipendenza nei settori critici iniziata da Trump e ora -spiega Michele Marsonet- rovesciata dalla Cina nei confronti di un Paese la cui bilancia commerciale pende verso un deficit di 676 miliardi di dollari.

Ossessione Cina e scisma cinese

Donald Trump aveva posto il cosiddetto “decoupling” (disaccoppiamento) tra l’economia americana e quella cinese al centro della propria agenda politica. Si era però ben presto scontrato con un grande problema. I due sistemi economici sono diventati sempre più interconnessi a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, e cioè da quando Deng Xiaoping chiuse l’era maoista inaugurando un capitalismo di Stato di grande successo.
Com’è noto, Trump varò un grande numero di sanzioni destinate a indebolire l’apparato produttivo della Repubblica Popolare. Esse, tuttavia, non sortirono l’effetto sperato, e il “decoupling” è in gran parte rimasto sulla carta a dispetto della crescente tensione tra i due Paesi a causa dello statuto di Taiwan e di altri motivi di frizione sul piano internazionale.
Mette conto notare che Joe Biden, nonostante la “sanguinosa” contrapposizione elettorale con Trump, non ha affatto modificato la posizione Usa. Al contrario, il presidente democratico ha ancor più accentuato l’ostilità nei confronti del Dragone, individuando nella Cina il vero avversario da combattere. E spostando quindi dall’Europa all’area del Pacifico il baricentro degli interessi – economici e militari – degli Stati Uniti.

Chi di ‘decoupling’ colpisce.. Wall Street perisce

Adesso l’iniziativa sul “decoupling” passa ai cinesi, che finora si erano limitati a protestare e a praticare misure di rappresaglia. Xi Jinping e il Partito comunista stanno infatti “pressando” le grandi aziende cinesi che in passato si erano quotate a Wall Street, obbligandole a lasciare la Borsa Usa per trasferirsi in quella di Hong Kong. Luogo divenuto “sicuro” agli occhi di Pechino dopo la repressione che lo ha “normalizzato”.
Un caso emblematico è quello di “Didi”, un vero e proprio colosso economico e finanziario spesso definito “la Uber cinese”. Per intenderci, vanta 493 milioni di utenti (con il 90% in Cina), dati che la pongono ai primissimi posti mondiali tra le società di noleggio auto. In estate “Didi” aveva destato stupore ovunque piazzando a Wall Street una Ipo enorme – ben 4,4 miliardi di dollari – vale a dire la maggiore quotazione cinese negli Usa dopo quella di “Alibaba” nel 2014.
I tempi (e il clima politico), però, sono nel frattempo cambiati. Il governo cinese sta infatti disincentivando con grande decisione la tendenza delle sue aziende a collocare azioni nelle Borse americane, spingendole invece ad utilizzare l’hub di Hong Kong. Questo crea problemi alle suddette aziende, privandole di un potente mezzo di finanziamento. E ciò vale soprattutto per le “Big Tech”, le industrie ad alta tecnologia che hanno un peso molto rilevante nell’economia del grande Paese asiatico.

Tsunami sui mercati finanziari

Molti analisti prevedono che la mossa di governo e Partito comunista cinesi provocherà una sorta di “tsunami”, imponendo alle aziende di cercare vie alternative di reperire capitali sui mercati finanziari. Anche perché è chiaro che tali operazioni non possono essere condotte restando esclusivamente sul mercato dei capitali cinese.
Al di là delle implicazioni tecniche, comunque, è evidente che la Repubblica Popolare sta cercando di rendersi sempre più autonoma dal punto di vista economico e finanziario. Mentre prima il “decoupling” le veniva imposto, ora è Pechino a cercarlo con forza. Si spiega così la crescente tendenza a riportare nell’orbita dello Stato le principali attività economiche.

Due domande chiave

Sullo sfondo restano due domande. (1) Riuscirà la Cina, con questa strategia, a mantenere i ritmi di crescita degli ultimi decenni? e (2) quali conseguenze avrà un “decoupling” effettivo sulle tensioni politiche e militari tra Repubblica Popolare e Usa? Difficile rispondere in modo esaustivo, ma facile prevedere che le occasioni di scontro diretto tra le due superpotenze sono destinate a crescere.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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