Oggi è il compleanno della radio splendida novantenne

old_radio_1Per chi come me è cresciuto ascoltando la radio, una giornata piena di ricordi. Nel più lontano avrò avuto sì e no 5 anni e il babbo costringeva me e i miei fratellini a stare sull’attenti davanti all’apparecchio che trasmetteva il bollettino di guerra. Uno strazio, ma mi piaceva la sigla con la canzone dei sommergibili. Nel più bello, stavo seduto sul davanzale della finestra a piano terra, con gli occhi chiusi, godendomi il tepore del sole primaverile. Dalla radio una bella voce di donna cantava “ma l’amore no, l’amore mio non può…”. Ogni volta che la risento torno a commuovermi (nandocan). 

***di Barbara Scaramucci, 5 ottobre 2014 – “URI, Unione Radiofonica Italiana, 1 RO, stazioni di Roma…”, cominciava così un annuncio che avrebbe rappresentato un pezzo di storia. Erano le 21 del 6 ottobre 1924 e per la prima volta una trasmissione radiofonica andava in onda su tutto il territorio nazionale. Era il debutto del primo mezzo di comunicazione diverso dai giornali e segnava una svolta epocale.Sono passati 90 anni in cui il mondo è andato più veloce che in tutti i secoli precedenti eppure questo tipo di comunicazione in Italia festeggia oggi il suo compleanno in ottima forma. Ci accompagna in macchina, la sentiamo magari di soppiatto in ufficio attraverso il nostro computer, ci mette allegria – o nostalgia – entrando in un bar o in un negozio, ci racconta le notizie dallo smartphone. E’ attuale e moderna, utile nonostante il web e tutto il resto.

La sentiamo in media ogni giorno in 35 milioni, più della metà degli abitanti del nostro paese.
La radio ha vinto, le nuove tecnologie non hanno eroso la sua importanza e neppure la sua diffusione, parlando della radio non si evoca “un settore maturo” come avviene invece per il mercato televisivo.
Incredibile ma vero, a pensarci bene.
Che fosse un mezzo potente lo capì, neanche a dirlo, prima di tutti la politica, in quel caso il regime fascista. Mussolini intuì la forza di qualcosa che poteva entrare nelle case degli italiani senza dover essere scelta, come avveniva per il giornale. Fondò l’EIAR, cioè la radiofonia di stato, la potenziò. Ne fece l’organo del regime e insieme una forma di intrattenimento popolare.
Gli archivi della Rai non hanno conservato molto dei primi decenni della radio, ma i passaggi storici ci sono tutti, dal primo annuncio ai bollettini di guerra, dal primo grande varietà – “I quattro moschettieri” – alle radiocronache sportive.
E non dimentichiamo che la radio è una meravigliosa invenzione italiana, dovuta al genio di Guglielmo Marconi.
Certo, nel corso dei decenni, tutto è cambiato, anche per la radio.
Ma in Italia l’evoluzione della radiofonia, che in altri paesi è del tutto simile all’evoluzione, ovviamente successiva, della televisione, ha una caratteristica particolare.
La radio, infatti, è passata dal monopolio della Rai ad un vero mercato libero, senza impantanarsi in quel regime di duopolio che ha ingabbiato la televisione da metà degli anni ’80 fino ad oggi.
Quando alla fine degli anni ’70 le cosiddette “radio libere” cominciarono a sfidare la Rai non entrò in scena un imprenditore solo a contrastare il servizio pubblico ma una molteplicità di emittenti, soprattutto a livello locale e addirittura condominiale, che avevano alle spalle editori, cooperative, gruppi organizzati e anche disorganizzati.
Sarebbe stato assai meglio che tutto questo fosse accaduto anche per la televisione, come si sperò in quegli stessi anni con i primi esperimenti di “Telebiella” e “Telemilano”. Sappiamo che poi è andata diversamente.
Il minore “fatturato politico” della radio ha fatto sì che la Rai, ad esempio, investisse su questo mezzo assai meno che per la televisione, e ancora oggi ci sono tantissime zone non raggiunte dal segnale e mille difficoltà per un autentico prototipo di servizio pubblico come Isoradio.
La radio della Rai è indietro anche sulla tecnologia digitale, nonostante il primo progetto del DAB fosse stato varato all’inizio degli anni ’90, ma va a onore delle redazioni radiofoniche aver realizzato – spesso piuttosto in solitudine – un sistema di podcast eccellente e molto apprezzato dagli utenti.
Dunque, anche in casa Rai, la tenuta della radio è notevole e negli ultimi tempi una ritrovata capacità di autonomia dalla politica la sta rendendo più creativa e innovativa, facendo apparire sempre più vecchi i talk show televisivi e il racconto falsato della società italiana che purtroppo caratterizza quasi tutta la TV generalista.
Festeggiamola quindi questa radio italiana splendida novantenne, che fu strumento di regime e oggi è certamente strumento di democrazia.*

*da articolo21, Barbara Scaramucci è direttore delle Teche RAI, il grassetto è di nandocan.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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