Nuove rivelazioni sulla morte di Giulio. Il dolore dei Regeni per il voltafaccia inglese

“Dal regime di Abd al-Fattah al-Sisi non ci si poteva aspettare nulla di diverso”, scrive Antonella Napoli su Articolo 21 a proposito del depistaggio continuato delle indagini sulla fine tragica del ricercatore italiano. “Verità su Giulio Regeni”, lo striscione appeso sulle finestre della FNSI e di tanti altri edifici pubblici,  è un’invocazione tanto giusta quanto disperata. D’altronde anche in molti paesi democratici, il nostro compreso, in circostanze analoghe i servizi segreti più o meno “deviati” si sono sempre adoperati per nascondere la verità. Più preoccupante è la mancata collaborazione con la procura di Roma che viene dalla Gran Bretagna, speriamo che almeno su quella si riesca a far luce (nandocan)

***di Antonella Napoli, 9 giugno 2016 – “Giulio Regeni ha cominciato a morire poco dopo il suo arrivo al Cairo, nel settembre del 2015, quando la Sicurezza Nazionale, il Servizio segreto interno egiziano, apre sul suo conto il fascicolo riservato 333//01/2015 con le accuse di spionaggio, cospirazione e appartenenza a una rete terroristica interna al Paese che progetta l’eliminazione del presidente Al Sisi”.

Con queste rivelazioni inizia l’ultima inchiesta pubblicata da Repubblica sul caso Regeni, che torna sulle prime pagine dei giornali grazie al reportage dall’Egitto di Bonini Foschini Tenacci, colleghi che non smetteranno, come noi di Articolo 21, di cercare le risposte finora negate sulla fine del ricercatore italiano.
“Per tre mesi, ignaro dell’occhio paranoico che lo osservava, Giulio diventa ‘fair game’, preda indifesa di una caccia libera tra gli apparati dello Stato – Servizi militari e Servizi civili – in lotta per contendersi un posto al sole nella gerarchia del Regime. Fino all’esito finale” scrivono a sei mani nelle due pagine di oggi ricordando le tappe della vicenda.
Prima il sequestro, la sera del 25 gennaio, poi le torture ad opera dei Servizi militari infine l’oltraggio del cadavere scaricato seminudo lungo la desert road Cairo-Alessandria con accanto un oggetto di cui sin qui nulla si era saputo: una coperta in uso all’esercito. La traccia lasciata da chi, all’interno degli apparati egiziani, ha deciso ‘per vendetta’ di offrire un’indicazione sui responsabili dell’omicidio.
E c’è dell’altro. Una fonte anonima, che si definisce il tramite di informazioni provenienti da una delle principali istituzioni dell’esecutivo in Egitto, afferma che il giovane friulano sia stato ‘sacrificato’ in nome di una faida tra generali.
A poco più di quattro mesi dal ritrovamento del corpo di Regeni appare finalmente chiaro, inconfutabile, un elemento: l’omicidio non può essere stato compiuto da comuni criminali, appaiono ormai evidenti le responsabilità di organi di Stato.
Ma il governo egiziano ha respinto sin dall’inizio ogni ipotesi di coinvolgimento dei servizi nel delitto, anzi si è reso protagonista di tentativi di depistaggio e ha provato a propinare come possibile ‘soluzione del caso’ la pista della criminalità, affermando che Giulio sia stato vittima di una banda di sequestratori, ben cinque, tutti uccisi dalla polizia in un blitz ‘finito male’.
Dal regime di Abd al-Fattah al-Sisi non ci si poteva aspettare nulla di diverso. Quello che invece lascia interdetti è l’atteggiamento non collaborativo dei professori inglesi del ricercatore italiano. Dopo l’Egitto, dunque, è la Gran Bretagna a ‘deludere profondamente’, come hanno tenuto loro stessi a far sapere, i genitori di Giulio Regeni.
“Alla comunità universitaria avevamo affidato con fiducia e sacrificio nostro figlio Giulio – sottolineano con amarezza Paola e Claudio – e da questa comunità accademica ci aspettavamo la massima e concreta solidarietà e dunque la totale collaborazione nelle ricerca della verità circa le circostanze del suo sequestro e della sua atroce uccisione”.
I genitori di Giulio però non si fermano e continuano la loro battaglia per la verità: il 15 giugno saranno all’Europarlamento e sarà quella l’occasione per rilanciare l’appello affinché “tutti, senza omertà di sorta, s’impegnino sinceramente e fattivamente per fare emergere la verità sul barbaro omicidio di Giulio e collaborino con la procura di Roma, nella quale riponiamo la massima fiducia”.
Era quindi inatteso l’ultimo rifiuto che hanno dovuto incassare dalla docente di Cambridge, Maha Abdelrahman, professoressa di Regeni, che non ha voluto rispondere alle domande dei pm italiani che avevano ottenuto una rogatoria per poterla sentire nel Regno Unito.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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