Nucleare e sistemi elettrici nella transizione energetica 

***di GIORGIO FERRARI , 21 ottobre 2021

(CRS – Centro per la Riforma dello Stato)

Il dibattito, ampio e a tutto campo, che riguarda il tema della transizione ecologica è spesso attraversato da una sorta di schizofrenia concettuale che riguarda l’inquadramento stesso del problema: si tratta di cambiare il modo di produrre l’energia, o si tratta di cambiare i “connotati” più marcati di questa società?

Nel primo caso il compito sarebbe ridotto (si fa per dire) a individuare le fonti di energia meno impattanti dal punto di vista delle emissioni totali, fermo restando l’impianto generale delle attività industriali e terziarie che sono alla base di questo sistema-mondo. Nel secondo, sarebbe necessario un intervento di chirurgia plastica per cambiare almeno la “faccia” di questo sistema; vale a dire abbattere, insieme alle emissioni, il volume complessivo delle merci prodotte e consumate, riqualificandole in termini di utilità sociale, durata e “compatibilità socio-ambientale” (cioè sia per la natura che per le persone).

La “transizione ecologica”, stricto sensu, dovrebbe corrispondere al secondo caso, ma nella trattazione corrente si è finiti a parlare esclusivamente del primo che a questo punto, nonostante gli imbellimenti delle dichiarazioni ufficiali e la propaganda che le accompagna, altro non è che una surrogazione di fonti di energia che per eleganza viene chiamata

“transizione energetica”.

Per fare che cosa? Esplicitamente per abbattere le emissioni, implicitamente per dare corso alla industria 4.0, cioè maggiore informatizzazione dei processi produttivi e del terziario, oltre a un deciso impulso alla robotizzazione. Ciò comporta la trasformazione dell’attuale mix energetico in una “monocultura” basata esclusivamente (o quasi) sull’utilizzo di energia elettrica.

Nei confronti di questo “modello tutto elettrico”, mentre si registra una sostanziale convergenza tra ambientalisti e una cospicua parte del mondo imprenditoriale (vedi discorso di Emma Marcegaglia al summit del B20 svoltosi lo scorso 7 ottobre, con la presenza di Mario Draghi), persistono forti divergenze sul come arrivarci, cioè:

  • se con le sole energie rinnovabili (come sostengono gli ambientalisti)
  • o se, come caldeggiato dalle imprese, anche con un utilizzo rimodulato delle fonti tradizionali, quali il gas naturale e l’energia nucleare.
Foto di Markus Distelrath da Pixabay.

Su questa ultima impostazione convergono tutte le nazioni del mondo che conta: Stati Uniti, Canada, Cina, Russia, Giappone, India, Corea del Sud, Unione Europea (dove pende addirittura la richiesta francese di equiparare il nucleare alle fonti rinnovabili) a cui vanno aggiunti Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Iran ed Egitto.

Oltre alle agenzie internazionali come l’IEA che nelle proiezioni al 2050 (anno fatidico per il raggiungimento delle emissioni zero) arriva a contemplare un apporto doppio di fonte nucleare rispetto al 2020 e una riduzione del gas naturale dall’80% del 2020 al 20% del 2050, sia pure condizionato dall’uso del CCS (Cattura e sequestro della CO2).

Prima di entrare nel merito delle due opzioni, è necessario fare una premessa: l’enunciato delle emissioni zero al 2050, anche se raggiunto, presuppone (senza dichiararlo) che il divario tra paesi ricchi e poveri aumenti. Dato che questi ultimi, non possedendo le risorse economiche per mettere in atto la trasformazione dei loro sistemi energetici (sia che si tratti della versione ambientalista che di quella imprenditoriale), dovranno indebitarsi ancor più di quanto lo sono ora.

In caso contrario i paesi ricchi potranno anche vantarsi – per esempio – del fatto che nelle loro metropoli si respirerà meglio, grazie a un sistema di mobilità elettrica che nei paesi poveri, invece, sarà ancora alimentato dai carburanti di origine fossile. Ma questo non risolverà i problemi legati al riscaldamento globale dato che l’atmosfera non ha confini. 

Tertium non datur, a meno che i ricchi non paghino la transizione dei poveri.

Ciò premesso, l’opzione imprenditoriale, per quanto appaia più percorribile, non risolve i problemi del riscaldamento globale essendo, più che altro, una grande opera di mitigazione dei cambiamenti climatici, peraltro basata su artifici concettual-tecnologici come il CCS, l’idrogeno “blu” o l’assimilazione dell’energia nucleare a una fonte pressoché rinnovabile.

L’opzione con le sole rinnovabili è senza dubbio la più corretta dal punto di vista dell’impatto sull’ambiente ed è in grado, teoricamente, di conseguire gli obiettivi previsti nel 2050. Tuttavia, per come è formulata, non è esente da controindicazioni realizzative e contraddizioni concettuali che se non affrontate, rischiano di compromettere seriamente la sua validità.

Fra queste ci sono: un bilanciamento non propriamente favorevole tra riduzione della CO2, conseguente all’abolizione dei motori a combustione interna, e produzione della CO2 dovuta alla fabbricazione e smaltimento di batterie per autotrazione elettrica che comporta:

  • un consistente aumento delle attività estrattive di minerali come il litio, ma anche di altri minerali pregiati (come le terre rare) che sono indispensabili nel settore automobilistico e in quello della generazione elettrica (eolico e fotovoltaico).
  • una sottovalutazione del ruolo e del peso della energia nucleare nella realizzazione della transizione energetica;
  • un approccio superficiale alle problematiche relative ai sistemi elettrici integrati.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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