Non è Islam?

Affermarlo, ci spiega Raniero La Valle con la straordinaria chiarezza che è in ogni suo scritto, è soltanto prendere posizione nei confronti degli assassini, non certo negare che gli assassini si identifichino come islamici. “Come la storia ha atrocemente dimostrato non basta dirsi cristiani per esserlo veramente, e nemmeno ebrei, e neanche musulmani. Dire che il terrorismo non è islamico non è un’informazione, è un antidoto”. Quanto a me, ho sempre saputo che si può considerare “fondamentalista” chiunque, in qualsiasi religione, e quelle abramitiche in particolare, afferma e impone come verità assoluta l’interpretazione letterale del libro “sacro”. Citando il quale, Bibbia o Corano che sia, storicamente si è  purtroppo trovato ispirazione, nel bene e nel male, a tutto e al contrario di tutto. Ciò che per fortuna non porta sempre a una guerra di religione, ma è spesso stato il primo passo in quella direzione (nandocan).

***di Raniero La Valle, 12 giugno 2017 – Un musulmano scrive su “Avvenire” che certo l’Islam c’entra con i terroristi che si fanno saltare in aria con le loro vittime gridando Allah è grande. E subito i siti sanfedisti e antipapisti gridano: ecco, vedete, ci voleva un musulmano per dire quello che il papa e i vescovi continuano a negare, che l’Islam c’entra, e come, nella violenza dell’ISIS e delle sue schiere.
Hanno ragione: ha ragione il musulmano che scrive su “Avvenire” e hanno ragione i siti integralisti.

L’Islam c’entra. Come c’entrava il Dio di Israele, quale era concepito da Giosuè, quando Giosuè, il condottiero degli Israeliti usciti miracolosamente dall’Egitto, ordinò lo sterminio di Gerico, e votò allo sterminio le città di Ai, Makkedà, Libna, Lachis, Eglon, Ebron, Debir, Asor, non lasciandovi alcun superstite, ne fece impiccare i re, e quelli che non sterminò, come i Gabaoniti, li ridusse in schiavitù. C’entra l’Islam, come c’entrava il Cristo, quale fu concepito da Costantino, quando per la prima volta quel Cesare issò la croce come emblema garante di vittoria, in quella che doveva diventare la madre di tutte le guerre sante cristiane contro il suo nemico Massenzio (“in hoc signo vinces”).

C’entra l’Islam come c’entrava Dio quando in suo nome i papi che si proclamavano suoi Vicari in terra indicevano le crociate e facevano strage di musulmani e di altri innocenti in Terra Santa, così come c’entrava l’ascesi del mistico san Bernardo quando istruiva tutta la cristianità dicendo che uccidere un infedele non era un omicidio, ma un “malicidio”; come c’entrava il Dio di cui pure si enunciava la mitezza nel Vangelo domenicale, quando i vescovi italiani benedicevano in suo nome i gagliardetti fascisti che andavano a soggiogare l’Abissinia, non senza ignominie come la “liquidazione completa” di monaci e pellegrini copti perpetrata agli ordini di Graziani nel santuario di Debre Libanos. Per non parlare delle guerre religiose tra i principi cristiani, della notte di san Bartolomeo, dei roghi dell’Inquisizione e delle esecuzioni capitali per “squarto” in piazza del Popolo nella Roma pontificia.

Ma proprio per questo hanno ragione il papa, il nuovo presidente della CEI Bassetti, l’università Al- Azhar del Cairo, e i grandi leaders musulmani che hanno sconfessato il califfo Abu Bakr al-Baghdadi spiegandogli che non si può identificare Maometto con la spada; hanno tutti ragione quando dicono: non è Islam (come non erano Dii o Cristi quelli invocati per le guerre e per gli stermini).

È chiaro che nel dire: non è Islam, si dice un dover essere (o meglio un dover non essere), si nega che corrisponda al vero l’autoidentificazione di chi si qualifica islamico e a questo titolo violenta e uccide i fratelli; non si sostiene che gli assassini non si identifichino come islamici, si nega che lo siano. Insomma è una presa di posizione, non è un’informazione. Possibile che non si capisca? È come nella vecchia commedia di Eduardo “Natale in casa Cupiello” in cui ostinatamente il figlio finto ingenuo diceva e ripeteva: il presepio non mi piace. Non è che negasse il presepio, è che dietro al bel presepio c’era la faccia nascosta della tragedia.

Così papa, vescovi e la grande maggioranza dei musulmani dicono dei genocidi che gli uomini in nero fanno in proprio e mettono in conto ad Allah: non è Allah, non è Dio, non è l’Islam. E non solo noi, ma il mondo intero deve essere grato a papa Francesco, alle Chiese e ai saggi della “umma” musulmana che dicono: non è l’Islam, non è una guerra di religione. Perché se non l’avessero detto, se dicessero il contrario, la terza guerra mondiale a pezzi sarebbe già diventata una guerra mondiale intera, e santa di santità opposte, sull’uno e sull’altro fronte, e Trump avrebbe tutte le sue ragioni per fabbricare, vendere e scatenare armi dappertutto, non importa se a fare vittime sciite o sunnite o cristiane o semplicemente credenti nel denaro e nel dollaro.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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