Non c’è più Maradona

MEXICO CITY, MEXICO – JUNE 29: Diego Maradona of Argentina holds the World Cup trophy after defeating West Germany 3-2 during the 1986 FIFA World Cup Final match at the Azteca Stadium on June 29, 1986 in Mexico City, Mexico. (Photo by Archivo El Grafico/Getty Images)

Il più politico campione del mondo

Dall’Argentina, dove vive, l’amico Livio Zanotti ci manda il vivace ricordo di un viaggio in aereo accanto al grande campione scomparso (nandocan)

***di Livio Zanotti, 26 novembre 2020 – Aveva un giudizio su tutto e per tutti, non necessariamente condivisibile ma sempre coerente. E non si limitava a esprimerlo, lo sbandierava. Non accade spesso che la gente comune faccia altrettanto e neppure molti politici di professione. Dire che era colto può sembrare un’indulgenza post-mortem, un tributo eccessivo alla sua fama.

Eppure quanto Diego non aveva appreso nel breve curriculum scolastico, lo aveva poi strappato via-via strada facendo, dall’insaziabile curiosità con cui osservava il mondo mentre faceva di tutto per divorarlo e farsene divorare, dalle parole delle persone che riuscivano a trattenerne per qualche istante l’ansia frenetica con cui rincorreva la vita, più che la palla sui campi di futbol. Rimasticandolo tutto è andato facendosi un’idea dell’esistente.

Maradona credeva davvero di essere “la mano de Dios” (che aveva fraudolentemente sconfitto l’Inghilterra e dunque per un argentino aveva portato la giustizia divina sulla terra), senza tuttavia perdere di vista la realtà, quella misera e maleodorante d’ogni giorno in mezzo a cui era nato e cresciuto. Quell’uomo rumoroso, talvolta (ma raramente) sguaiato, aveva una vita interiore. Poteva tacere per ore, nel corso delle quali era possibile vederlo vibrare -forse dolorosamente – dentro di sé.

Abbiamo viaggiato accanto in aereo

Ne sono stato diretto testimone molti anni addietro. Quando dopo aver rischiato una volta ancora la vita per i suoi eccessi tossici, andava a disintossicarsi in un centro specializzato a Cuba. Abbiamo viaggiato uno accanto all’altro in aereo da Buenos Aires a Campeche, in Messico, dove avrebbe preso una coincidenza per l’Habana.

Lo accompagnava Guillermo Coppola, che per decenni è stato personal-trainer, segretario, confidente del Pibe de Oro, finchè questi non s’è infine convinto che molto prosaicamente si preoccupava più dell’oro che del Pibe, da un certo momento in poi travolto da incenso, mirra, cocaina e cortigiane di amori tumultuosi.

Amava Napoli, non solo la sua squadra

“Ogni tanto sogno quel che avrei potuto fare ancora e di più en la cancha, se la droga non mi avesse tagliato le gambe”, diceva ad alta voce a se stesso in presenza del regista serbo Emir Kusturitza, mentre lo dirigeva in un film biografico. Quel viaggio fu nondimeno una parentesi di quiete, anche perché svolto soprattutto nella notte. “Ah sei hincha della Roma, allora del Napoli, dei napoletani non sai niente, magari ti sono pure antipatici…”. A Napoli, non solo alla sua squadra di calcio, Maradona era restato affezionato.

“Dopo la Bombonera (lo stadio del Boca Jr. a Buenos Aires n.d.r.), il San Paolo è la cancha in cui mi sono trovato meglio, lo conosci?” Senza aspettare risposta, Diego si tappò le orecchie con gli auricolari e la musica di son cubano che cominciò ad ascoltare lo faceva sollevare ritmicamente dalla poltrona, contorcersi su se stesso, chinarsi mentre sollevava le braccia. Coppola, che sedeva dietro di noi ma si era assentato per qualche sua necessità, riapparve per scusarsi e suggerirmi di andarmi a sedere in qualche altro posto dei numerosi rimasti liberi.

Si presenta e altrettanto faccio io: “Diego sa che lei è giornalista?”. Non ce n’era stato il tempo. “Meglio così, lui con i giornalisti è imprevedibile…”. Coppola sorride allusivo… Maradona aveva un carattere di forte istinto e umore variabile, in particolare nei periodi in cui s’impegnava a liberarsi della droga. Dopo qualche breve conversazione con il suo trainer e con il personale di bordo che s’affacciava incuriosito per guardare di scorcio il campione addormentato, gli sono tuttavia rimasto seduto accanto per la notte.

Vieni a Cuba?

Lui a un tratto s’è tolto gli audifoni lasciandomeli cadere sul grembo, ha reclinato lo schienale ed è sprofondato nell’immobilità. Risvegliato solo qualche ora dopo dal vociferare degli altoparlanti di bordo, attraverso cui il comandante annunciava l’avvio della discesa verso l’aeroporto di Campeche. “Vieni a Cuba?”, mi dice come buongiorno. “Vado a Città del Messico, ci sono le elezioni…”. E’ come se avessi acceso una radio…. Maradona scuote le gambe, allarga le braccia sbadigliando, si scuote e comincia a dire la sua sulla politica messicana…

Il Partido Revolucionario Institucional, el PRI, come dice Maradona, al quale non piace neanche un po’. “Traidores”, sintetizza in un momento del comizio che inscena tutto per me, poiché non c’è più nessun altro nella cabina, tranne Coppola, che però non sembra affatto interessato e anzi sta telefonando per avvertire del loro prossimo arrivo.

Chiama maestro Fidel Castro

Traditori della causa popolare, intende Diego, che non a caso chiama maestro il suo anfitrione Fidel Castro, senza tuttavia impedirsi di prendere anche nei suoi confronti qualche distanza cautelativa (“Non tutto è risolto a Cuba, e che si pretende: ci vuole tempo”). Il partito che mai fu di Emiliano Zapata e Pancho Villa, ma nemmeno di Madero e Carranza: “tutti assassinati a tradimento”, tiene a ricordarmi Diego.

L’ho rivisto nel marzo scorso in TV, allo stadio del Gimnasia&Esgrima, la squadra di La Plata che gioca nella prima divisione del campionato di calcio argentino e lui ha allenato fino a poche settimane addietro. Credo festeggiassero il suo sessantesimo anniversario, faceva il giro del campo camminando a fatica, enormemente appesantito, il volto gonfio, infilato in una tuta che lo faceva somigliare a un astronauta, sostenuto a fatica dal presidente del club.

Era un’immagine penosa, sebbene non lasciasse prevedere quanto la sua fina fosse prossima. Ho ripensato a quel nostro viaggio: ieri sera vibravi con la musica, come se ballassi, gli avevo detto. “No, no, non ballavo, è che a me la musica fa pensare, pensare seriamente, dico: capisci?”.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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