Noè 2020

(“Noè, un arcobaleno!”, foto Alessandro)
Rannuvolato in volto
taceva il cielo sulle nostre ubbie
per questioncelle vane e dispettose
piccole o grandi cose
che stentavamo ancora a dipanare,
quando dall'alto prese a brontolare
prima in sordina, poi sempre più forte:
nessuno giochi in borsa con la morte ,
per la vita si chiudano le porte.

Tuonava il cielo sulle nostre ubbie
per polemiche vane e dispettose
piccole o grandi cose
che stentavamo ancora a dipanare,
quando dall'alto prese a diluviare
la lavata di capo universale.

(21 dicembre 2020)

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  • Frui paratis (1)

    (meditando Montaigne)

    “Felice colui che ha regolato in sì giusta misura i suoi bisogni, che le ricchezze di lui possano bastarvi senza speciali sue cure e freni, e senza che lo spenderle o l’ammassarle interrompa altre occupazioni che egli abbia, più convenevoli, tranquille e conformi alla sua inclinazione” (Saggi,I,XIV,pag.83).

    “Heureux qui ait règlé à si juste mesure son besoin que ses richesses y puissent suffire sans son soing et empeschement, et sans que leur dispensation ou assemblage interrompe d’autres occupations qu’il suit, plus sortables, tranquilles et selon son coeur” (Essais,I,XIV).

    Una casa di proprietà

    A star dietro alle statistiche nazionali, io farei parte di quel gruppo di privilegiati che dispongono di un reddito medio-alto. Ipotesi tutto sommato accettabile, fatte le opportune riserve sull’ attendibilità di qualsiasi dato desunto in Italia dalle dichiarazioni dei redditi. Ma fino a poco tempo fa facevo parte di quella minoranza di italiani che non hanno la proprietà di una casa.

    A distogliermi dall’idea di acquistarne una era sempre il conto delle preoccupazioni a cui sarei andato incontro per mettere insieme i soldi necessari, per tutte le pratiche burocratiche, per la gestione condominiale, la manutenzione e così via. Non che non avessi anch’io, come tutti, la tentazione ricorrente di legarmi a qualcosa di solido. Un pezzo di terra, una casa di cui disporre liberamente, da trasformare e adattare a mio gusto. Senza chiedere il permesso a nessuno. Ma i vantaggi che ne avrei tratto, in termini di libertà e sicurezza, mi apparivano inadeguati ai sacrifici richiesti.

    Non solo inadeguati, in buona misura anche immaginari. Mi bastava il ricordo di quante volte il possesso di un oggetto che pareva indispensabile al momento dell’acquisto si era rivelato superfluo. Di quante volte un oggetto che sembrava prezioso si era perso nello sfondo indistinto del mio piccolo mondo domestico, dimenticato in un angolo o in un cassetto.

    Capitava, ad esempio, che durante una passeggiata a cavallo nei dintorni di Narni, qualcuno dei miei compagni di gita, arrivando in un posto ameno, cominciasse a calcolare il prezzo del terreno prima ancora di avere avuto il tempo di ammirare il paesaggio. In genere, avevo una reazione di fastidio che giudicavo salutare. Non sapevo che in breve tempo avrei visto le cose in modo radicalmente diverso.

    I piaceri dell’Arcadia

    Cominciò col capitare anche a me di restare incantato dall’offerta, a un prezzo non troppo lontano dalle mie possibilità, di un bel casolare di campagna, con adiacente terreno, nella solitudine di una deliziosa valletta. Pensavo alle cenette estive sotto al pergolato, alle serate invernali accanto al caminetto. Alla verdura fresca raccolta nell’orto. Alle letture tranquille sotto gli alberi. Al canto degli uccelli al mattino.

    Come sottrarsi al fascino di quelle immagini di vita idilliaca che così spesso propone l’astuzia pubblicitaria? Ma l’acquisto di una casa non era così semplice come quello di una bottiglia di amaro al supermercato e avevo modo di riflettere. Per cominciare, al tempo che mi sarebbe rimasto per i piaceri dell’ arcadia dopo le fatiche e i disagi che avrei dovuto affrontare per mettere insieme il denaro. Per occuparmi delle pratiche burocratiche. Per ristrutturare i locali. Per provvedere alla manutenzione, alla pulizia, al riscaldamento, alle cure delle piante e degli animali.

    Contando, per tutto questo, su qualche fine settimana, visto che non avevo intenzione di rinunciare al mestiere di giornalista, così come mia moglie al suo lavoro di insegnante. Insomma, non ne valeva la pena. Potevo andare a godermi gratis la vista di quel paesaggio tutte le volte che avessi voluto e gli altri piaceri della campagna, con poca fatica e poca spesa, accanto alla mia roulotte nel campeggio di Borgheria.

    Come è brutta la città…

    Eppure…sono passati pochi mesi da quelle sagge riflessioni ed eccomi proprietario di un casale con giardino e frutteto. A farmi cambiare idea è bastato impostare il ragionamento in una prospettiva diversa. Non più la casa per il weekend o le vacanze, ma una casa in campagna dove abitare per tutto l’anno o gran parte dell’anno. Non subito, magari, ma appena lo permettessero le circostanze della vita familiare.

    D’altra parte vivere a Roma sta diventando ogni giorno più sgradevole. Il traffico caotico, l’inquinamento, i rumori, l’inefficienza dei servizi pubblici, le difficoltà burocratiche rendono la metropoli insopportabile a chiunque, figuriamoci a chi, come me, è così poco interessato alle occasioni e ai piaceri della vita mondana. Poiché uscire la sera è diventato così stressante, in centro ho finito per andarci di rado: per lavoro o per qualche acquisto ogni tanto, il cinema o la pizza un paio di volte al mese.

    Chi è pigro come me finisce per trarre dalla vita cittadina tutti gli inconvenienti e nessun vantaggio. Sono troppo pigro anche per lasciarmi tentare dall’avidità di guadagno. La sola idea di darmi da fare per procurarmi qualche entrata supplementare mi affatica. Al punto che, se non facessi parte di una categoria garantita da un contratto collettivo e dovessi patteggiare da solo i miei aumenti di stipendio, credo che mi rassegnerei facilmente ad un tenore di vita inferiore all’attuale, anche a costo di qualche disagio.

    Ricco no, ricchissimo sì

    Molti miei colleghi cercano di arrotondare collaborando ad altri giornali, scrivendo libri o gestendo un ufficio stampa. Li vedo sempre al telefono o alla macchina da scrivere, molto raramente davanti a un buon libro. Tendono ad occuparsi di moltissime cose impegnandosi il meno possibile. Io, al contrario, non posso fare a meno di impegnarmi a fondo anche se ho l’incarico più banale. Chi è più nevrotico, io o loro? Si lamentano che i soldi non bastano mai e a volte fingo di essere d’accordo, solo per non sembrare uno snob.

    Intendiamoci, non demonizzo affatto il superfluo, non sono un asceta, ma pigro come sono preferisco fare a meno di un po’ di superfluo se così posso risparmiarmi un poco di stress. Non mi piacerebbe essere ricco. Mi piacerebbe,invece, essere ricchissimo. Avere tanto denaro, da non dovermi preoccupare di amministrarlo, investirlo, moltiplicarlo. Spenderlo e basta. Avere il maggiordomo, una cuoca e un autista che mi scarrozzasse a mio piacimento. Se le mie proprietà debbono legarmi e condizionarmi, anziché accrescere la mia libertà, allora ne faccio a meno.

    Non sono avido, forse un tantino avaro

    Dunque non sono avido, forse un tantino avaro. Non in modo sistematico, soltanto in certe occasioni e in modo del tutto irrazionale. Per esempio, posso badare al risparmio facendo una piccola spesa, e non esitare affatto di fronte a un acquisto impegnativo, una volta che mi sia deciso ad esso. Faccio raramente un regalo, mai un regalo dozzinale.

    In questo, ho preso sicuramente da mio padre. Lesinava magari il denaro per le necessità quotidiane, ma quando era lui a comprare qualcosa, per sé o per gli altri, doveva essere di buona qualità. “E’ uno Zegna”, diceva compiaciuto mostrando la stoffa di un abito appena acquistato. “Ermenegildo Zegna, non Mario, il fratello, che è un’altra cosa”, aggiungeva tastandola e accarezzandola con l’aria di uno che se ne intende.

    Da quando, otto anni fa, ho scoperto quest’angolo di campagna umbra, mi par di rivivere ogni volta che torno. Non è solo per le passeggiate a cavallo nei boschi, per la vita all’aria aperta. Mi pare che in campagna sia perfino più facile intrecciare e mantenere amicizie e rapporti sociali. E non solo con gli abitanti del luogo: può sembrare paradossale, ma anche nel nostro ambiente attira più un invito in campagna che all’altro capo della città. (gennaio 1991)

    Trent’anni dopo

    Roma, 14 Gennaio 2021 – Trent’anni dopo la penso ancora come Montaigne, ma l’età ha fatto la differenza. Così mia moglie ed io abbiamo finito per vendere, anziché andare ad abitarvi, la casa di campagna. Nei week end, le cure necessarie all’abitazione, oltre che al giardino e al frutteto, erano diventate troppo pesanti per una coppia di mezza età. Col ricavato e il denaro della liquidazione abbiamo comprato una casa a Roma, non lontano dal Centro storico. Dove ogni tanto ripensiamo con comoda nostalgia alla nostra esperienza rurale.

    NOTA

    (1)”Frui paratis et valido mihi…” ovvero, che io possa “godere dei beni che ho già e in buona salute…”, è la preghiera ad Apollo con cui il grande poeta latino Orazio comincia l’0de 31 del primo libro. E’ il motto che avrei voluto scrivere sul caminetto della mia casa di campagna.

  • La realtà parallela dei seguaci di Trump – Bannon, QAnon e il mondo inventato

    Da Remocontro, 14 gennaio 2021

    «Bisogna imparare dai fatti di Washington perché il tarlo che sta erodendo la democrazia non è un problema soltanto statunitense, e nemmeno soltanto americano», avverte Alfredo Luís Somoza, Presidente di ICEI, l’Istituto di cooperazione economica con sede a Milano. Tutto già scritto e tutto programmato.

    Quanto propone oggi l’amico Ennio Remondino su Remo Contro interessa sicuramente anche i lettori di nandocan, e in particolare i colleghi giornalisti che ci seguono. Alla nostra professione infatti le leggi affidano la difesa dei fatti dalle invenzioni. E se quest’obbligo professionale proseguirà a venir meno, per nostra complicità o per l’indifferenza etica dei social e delle nuove tecnologie mediatiche, c’è il rischio che l’affabulazione sostituisca definitivamente l’informazione (nandocan)

    Gli “alternative facts”, la realtà parallela

    I fatti insurrezionali nel Parlamento statunitense arrivano dopo anni di preparazione culturale e politica fatta di idee estreme, diventate la base per una nuova narrazione politica, sostiene Alfredo Luís Somoza. «I cosiddetti “alternative facts”, cioè la realtà parallela, sono diventati l’unica verità per milioni di persone». Una tecnica, spiega chi studia il fenomeno, usata da tempo e che si propaga soprattutto attraverso i ‘meme’, idee o comportamenti che si diffondono da persona a persona e che rimbalzano tra WhatsApp e i social network.

    «Il mago di questa strategia applicata alla politica, e forse il suo inventore, è Steve Bannon, ideatore di siti che creano e propagano fake news, consigliere dei comitati pro-Brexit, di Donald Trump e di Jair Bolsonaro».

    Non litigare ma ‘inventare’

    Il principio usato dai media di questa galassia non è polemizzare con l’avversario (Trump in questo non è stato bravo allievo), ma costruire una nuova realtà: «una realtà così ben architettata e “attraente” che a un certo punto diventa indistinguibile da quella vera».

    Tlön, Uqbar, Orbis Tertius

    «Già nel 1940 lo scrittore Jorge Luis Borges anticipò questo tema in un racconto intitolato Tlön, Uqbar, Orbis Tertius». Borges narra di un’enciclopedia che descriveva una città inesistente dell’Asia Minore, chiamata Uqbar, che così diventa reale per un numero sempre crescente di persone. Si descrivono usi e costumi, morale e cultura, politica e istituzioni di questa città inesistente fino a che essa viene inserita in un intero mondo, ugualmente inesistente, chiamato Tlön. A un certo punto la Terra comincia ad assomigliare in modo inquietante a Tlön: l’umanità, adeguandosi alla cultura di quel mondo immaginario e misterioso che crede vero, finisce per renderlo reale.

    Le due realtà negli Usa

    «Negli Stati Uniti esistono oggi due realtà. Quella in cui Joe Biden ha vinto le elezioni e una realtà “alternativa”, nella quale ha vinto Donald Trump. Ritenuta vera, quest’ultima, dal 40% degli elettori repubblicani».

    Trump non il solo folle

    «Trump, dunque, oggi non è un folle isolato alla Casa Bianca ma rappresenta milioni di persone che credono e vivono in quella “realtà alternativa” sapientemente costruita, che alla fine dei conti è una fuga dalla realtà. Anche perché, quando si rifiuta il confronto o anche lo scontro con l’avversario per rifugiarsi in un mondo costruito a tavolino, si è per definizione inattaccabili».

    Nel mondo di Trump

    «Nel mondo di Trump non si perde, si è vittima di complotti; le cose non sono complesse, sono sempre manipolate; non contano i meriti o gli studi, bastano l’intuito e il “buon senso”».

    «Un mondo nel quale il Covid non esiste, oppure esiste e da tempo c’è anche la cura, ma “non vogliono farcelo sapere”; dove è meglio stare alla larga dai vaccini e non indossare le mascherine; nel quale è meglio non fidarsi mai dallo Stato, ma anzi armarsi per difendersi da soli; dove il potere è segretamente controllato da bande di pedofili assassini. Il mondo degli alternative facts è orrendo perché senza speranza, ma è più orrendo ancora che milioni di persone lo ritengano vero, e non solo negli Stati Uniti».

    La democrazia ‘contro’

    Trasformazione planetaria anche se a diversi stadi. Dibattito politico in cui non si combatte più sul piano delle idee ma su quello della delegittimazione dell’avversario. Da Salvini a Orban le versioni più rudi in Europa.

    «I vincitori criminalizzano i predecessori, i perdenti non riconoscono la sconfitta e così si mette a rischio la continuità istituzionale. La critica e ancor più l’autocritica sono scomparse: se qualcosa non funziona è stato un complotto. Si ha una politica sempre più simile alle logiche del tifo calcistico, e tutto ciò alla fine indebolisce le istituzioni democratiche».

  • Il commiato dei sensi
    Prolungare l’attesa
     è l’onorata
     incombenza del vecchio 
     che trattiene alla soglia
     di una bella serata
     il commiato dei sensi,
     ospiti un po’ impazienti
     che se ne vanno
     senza complimenti.

    13 gennaio 2021

     
    
     

    Leggi anche:

  • Ripartire da Bagdad
    Florence, Italy – September 12, 2016 : Interior of the Dome of Florence Cathedral in Florence with beautiful painting on September 12, 2016. The painting- The Last Judgment was made by Federico Zuccari in 1579.

    Un fascismo in agguato negli USA

    di Raniero La Valle, 8 gennaio 2020 – La crisi della democrazia americana, che ha appena svelato come vi sia un fascismo in agguato negli stessi Stati Uniti, mostra ancora una volta quanto sia necessario ed urgente istituire un ordinamento costituzionale mondiale che salvaguardi la Terra e proclami e tuteli con efficaci garanzie i diritti fondamentali di tutti gli abitanti del Pianeta.

    In effetti la democrazia americana (una democrazia senza diritti fondamentali: non per i condannati a morte, non per i senza cure, non per i sacrificati alla ragion di Stato americana in ogni Paese) ha dato spettacolo. Ma noi qui vogliamo solo prendere atto, evangelicamente, di come siano dispersi i superbi nel pensiero del loro cuore.

    Lo si vede se pensiamo che così finisce la pretesa conclamata agli inizi di questo secolo dalla destra americana, di fare del 2000 “il nuovo secolo americano”, concepito come un ordine imperiale ben munito di armi spaziali e nucleari. E di tale ordine, come abbiamo imparato durante questa crisi, lo spartiacque universale, il criterio del bene, anche per i capipopolo, sarebbe stato tra ciò che è “american” e ciò che è “unamerican” (non conforme all’uso americano). Oltre l’Apocalisse.

    Sul prossimo viaggio del papa in Iraq vogliamo segnalare un prezioso articolo di Antonio Spadaro sull’ultimo numero (il 4093) della Civiltà Cattolica. Spadaro conosce le motivazioni del papa, e qui la motivazione riferita del viaggio in Iraq è davvero fondamentale, essa sta nel “Ripartire da Bagdad”, per andare “oltre l’Apocalisse”.

    L’Apocalisse è come si sa quel genere letterario presente nella Bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, che ispira la “logica che combatte contro il mondo, perché crede che questo sia l’opposto di Dio, cioè idolo, e dunque da distruggere al più presto per accelerare la fine del tempo”. Questa, come vediamo ogni giorno, non è la logica di papa Francesco.

    Il mondo non è opposto a Dio, ciò che il cristiano attende no, non è la sua fine, e non è idolatrare il mondo amarlo, fare di tutto per salvarlo, fino a dare la vita per esso (Dio ha dato suo figlio). Questo in verità è il nuovo annunzio, fuori di ogni ambiguità è questo il vangelo.

    Papa Francesco in Iraq

    Ed è di grande significato l’osservazione della Civiltà Cattolica, che questo annuncio riparta da Bagdad. È questo il cuore dell’Iraq, il Paese culla della civiltà antica, che cominciò a essere martoriato trent’anni fa perché fosse ripristinato nel mondo lo strumento universale della guerra, caduto in disuso a causa del terrore suscitato dall’atomica, e ripristinato a fine secolo dopo la rimozione del muro di Berlino.

    Ma recarsi in Iraq vuol dire anche andare nella piana di Ur, legata alla memoria di Abramo, andare a Mosul, nella piana di Ninive, bombardata nella guerra del Golfo. Vuol dire andare alla “grande città” legata alla storia di Giona (quando Dio si pentì di avere fatto annunziare la distruzione della città, così piena com’era di abitanti e di animali, e la salvò). Ma la piana di Ninive è anche quella che era stata occupata dal cosiddetto Stato islamico tra il 2014 e il 2017, e così Ur, luogo di origine delle tre religioni abramitiche, ebraismo, cristianesimo e Islam.

    Ripartire dalla fraternità

    Questo è dunque uscire dalla logica – e dalla teologia – dell’apocalisse. Dopo gli eterni conflitti, dopo l’inimicizia, dopo le guerre, dopo le violenze e le competizioni religiose, dopo la pandemia abbattutasi sulla Terra ammalata, andare “oltre” l’apocalisse vuol dire ripartire dalla fraternità, ripartire dalla prossimità, dal considerarsi tutti “una sola carne”.

    C’è un filo, dice padre Spadaro, che lega piazza san Pietro dove Francesco ha pregato da solo per il mondo in piena pandemia, e i luoghi della Mesopotamia profanata dalle violenze dello Stato islamico, dai conflitti regionali e internazionali, dalle persecuzioni dei cristiani e dagli esodi di massa in fuga dalla disperazione. E papa Francesco l’ha detta così: “Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli”: Fratelli Tutti.

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  • Violenti ingenui
    (dalla vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera)

    ***di Massimo Marnetto, 8 gennaio 2021 – In tutta questa storia dell’invasione del Congresso, dopo lo stupore, arriva la pena. Sì perché m’immagino quei disgraziati che hanno sfidato le pallottole per invadere i marmorei saloni del potere, lasciando 4 morti in terra, mettendo a soqquadro suppellettili e infrangendo vetrate. Convinti che il loro capo fosse uno di loro, per poi sentirsi traditi da Trump. Che – smaltita la sbronza del golpe davanti alla tv – si ripettina, va in onda e li disconosce per salvarsi un po’ di reputazione. 

    Immagino lo sciamano che torna a casa, si toglie il cappello con le corna senza neanche salutare e mentre si lava il viso dipinto in bagno, sente la tv in cucina con Trump che condanna gli eccessi. Poveretti, pensavano di dare l’assalto al cielo e si trovano col sedere per terra.

    Erano pronti a spaccare gli scranni  e  ora dovranno risarcire i danni.  Usciti in strada con la foga dei patrioti e poi vedono Trump trattarli da idioti. Insomma, violenti ingenui, suprematisti alcolici e nazisti dell’Illinois aizzati, strumentalizzati e abbandonati. Uno dei più clamorosi casi di USA e getta.

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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