Nella Babele dei vaccini, gli Usa sempre più lontani dall’Europa

Tra il diritto alla vita e il diritto al profitto, continua a perdere il primo. Per colpa anche dell’Europa, vittima e in parte carnefice. Col voto dei paesi occidentali al completo, compresa l’Unione europea, l’Organizzazione mondiale del Commercio ha bocciato la proposta di India e Sudafrica di sospendere il regime brevettuale della ricerca medica sui vaccini che limita gravemente l’utilizzo di quest’ultima nelle economie emergenti e nelle regioni povere della Terra. Ciò avrebbe consentito alla gran parte delle popolazioni del pianeta di non dipendere come oggi dalla concessione delle licenze da parte di Big Pharma per espandere la produzione del vaccino nei loro paesi.(nandocan)

da Remocontro, 13 marzo 2021

Gli Usa verso l’immunità: il 4 luglio – dichiara il Biden – «sarà il giorno dell’Indipendenza dal virus». Ed entro il primo maggio gli Stati dovranno completare le liste di tutti i cittadini vaccinabili, con l’obiettivo di somministrare almeno la prima dose a tutti entro fine mese. «Una road map chiara e breve che stride con il labirinto in cui è ancora cacciata l’Unione Europea», scrive Giulia Belardelli sull’UffPost. Biden allarga l’Atlantico e restringe il Pacifico.

America vede la luce, Ue nella nebbia

Il divario nella corsa dei vaccini tra Stati Uniti ed Europa è ora clamoroso e con effetto drammatici per la mortalità, terza ondata della pandemia, che cresce. Debolezza europea – il paradosso delle fiale AstraZeneca con un ulteriore taglio alle dosi da contratto – mentre gli Usa impongono anche sul mercato dei vaccini la loro potenza. «Gli Stati Uniti sono seduti su decine di milioni di dosi di cui il mondo avrebbe bisogno», scrive il New York Times. Gli Usa probabilmente non avranno bisogno del vaccino AstraZeneca per soddisfare la domanda interna, ma hanno speso 1,2 miliardi di dollari per lo sviluppo di quel vaccino e vogliono averne un qualche tornaconto. Ad esempio decidere a chi e a quanto renderlo disponibile per altri Paesi.

Vaccini arma politica non solo di Russia e Cina

«La priorità è vaccinare gli americani», dichiara la Casa Bianca che ha finora respinto tutte le richieste di altri Paesi sulla condivisione di vaccini. Paradosso AstraZeneca sulla lotta globale al virus. «Pochi Paesi azionisti di maggioranza di pochi vaccini in un mercato che manca di trasparenza e regole uguali per tutti, dove convivono enormi interessi economici e ambizioni geopolitiche». AstraZeneca è stato prodotto anche con l’aiuto del Defence Production Act, e gli Usa hanno il diritto di tenere i lotti in attesa nei propri stabilimenti. Economico da produrre e facile da conservare, AstraZeneca è il vaccino attualmente più adatto per i Paesi in via di sviluppo. E ogni potenza i suoi amici li cerca e li conquista come meglio può.

Ricerca vaccini, Europa avara

Con l’operazione Warp Speed varata dall’amministrazione Trump, va riconosciuto, gli Stati Uniti hanno stanziato 12,4 miliardi di dollari per lo sviluppo e la produzione di vaccini anti Covid. Ad oggi gli unici vaccini “sostenuti” da pochi fondi europei sono CureVac (attualmente in fase esame all’Ema) e Biontech, che ha ricevuto 100 milioni di euro in prestito dalla Banca europea per gli investimenti. «L’Europa, invece di finanziare la ricerca e lo sviluppo, si è limitata a preordinare dosi con accordi poco vincolanti nei confronti di Big Pharma». Ed ecco spiegato perché gli Stati Uniti siano di fatto i padroni dei vaccini oggi disponibili sul mercato. Salvo appunto il russo Sputnik, ancora fortemente limitato nella produzione, e l’enigma scientifico dei vaccini cinesi.

Brevetti e generosità utili

Generosi, forse e se ci piace, ma i brevetti restano e non si condividono, decide l’Organizzazione Mondiale del Commercio col voto anche dell’Europa, Usa e Regno Unito. I problemi di accesso ai vaccini legati alla capacità produttiva, dicono i Paesi ricchi che se li potrebbero comprare ma non li trovano. Per i Paesi che se anche ci fossero non se li possono permettere? Generosità a convenienza o a contrastare la carità pelosa altrui. Washington ha destinato 4 miliardi per Covax, l’iniziativa Unicef per un accesso equo ai vaccini, goccia d’acqua nell’oceano dei contagi. E per Washington -ad esempio- la priorità è aumentare la produzione e la distribuzione di vaccini nel sud-est asiatico per contrastare la diplomazia vaccinale di Pechino.

Vaccini tra diplomazia e arsenale

«Di fronte alla diplomazia vaccinale sempre più aggressiva di Pechino e Mosca, i quattro paesi che compongono il Dialogo quadrilaterale di sicurezza, il Quad, – Stati Uniti, India, Giappone e Australia – sono pronti a serrare le file», segnala ancora Giulia Belardelli. Ma è corsa disordinata e soprattutto diseguale. «Mentre alcuni Paesi corrono verso l’immunità (Usa, Israele, Regno Unito in testa), altri annaspano nei ritardi e nella confusione (Italia e mezza Europa compresi), e altri ancora aspettano di vedere quale convenienza geopolitica li salverà.

Nell’Europa non Ue vola lo Sputnik russo, in Africasi espandono i cinesi, nel sud-est asiatico il Quad cerca di contenere Pechino. Vaccini tra diplomazia e arsenali.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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