Myanmar: «guerra di difesa popolare» contro i golpisti. Legno birmano e aziende italiane complici

da Remocontro, 9 settembre 2021

ll governo ombra chiama alla rivolta: «Con la responsabilità di proteggere vita e proprietà delle persone il Governo di unità nazionale lancia una guerra di difesa popolare». L’annuncio dato su Facebook. L’esercito intanto cerca l’appoggio dei religiosi.
Mentre un report dell’Environmental investigation agency rivela che solo nei primi tre mesi successivi al golpe e nonostante l’embargo, le importazioni di teak hanno raggiunto il valore di 1,5 milioni di euro

Governo ombra chiama alla rivolta contro i golpisti

Il governo ombra del Myanmar, il ‘National Unity Government’ (una sorte di CLN, Comitato di liberazione nazionale come fu in Italia), ha dichiarato una «guerra di resistenza popolare» contro la giunta militare del colpo di stato di febbraio. Duwa Lashi, Presidente ad interim del Governo di unità nazionale formato dai parlamentari eletti e destituiti dal golpe, ha reso nota la decisione con un video pubblicato su Facebook. «La chiamata a una nuova fase della rivolta di massa – sottolinea Emanuele Giordana sul manifesto, è anche un invito alle forze di difesa popolare (People’s Defence Force) e alle armate delle autonomie regionali (Ethnic Armed Organisations), di unirsi rivoltandosi contro il regime golpista del generale Min Aung Hlaing.

Unità armata e autonomia locali

Nel suo discorso, il presidente ha invitato le Forse di difesa Popolare – espressione diretta del governo di unità nazionale clandestino– a prendere di mira «ogni pilastro del meccanismo di governo della giunta», cosa che vedremo, riguarda anche un po’ l’Italia. Poi il vuoto attorno, sollecitando le dimissioni degli amministratori locali. Il Movimento di resistenza civile compie dunque un salto di qualità che istituzionalizza i continui attentati che ormai da mesi costellano la quotidianità birmana: «Con la responsabilità di proteggere la vita e le proprietà delle persone, il Governo di unità nazionale lancia una guerra di difesa popolare contro la giunta militare, in quello che ormai tutti chiamano il D-Day del Myanmar».

L’esercito, anche potenza economica sempre più isolato

«Difficile prevedere gli esiti di questa mossa che era nell’aria da giorni –sottolinea Emanuele Giordana-. È certo una realtà la mancanza di consenso di Tatmadaw, l’esercito birmano, che ora cerca l’appoggio dei religiosi». Lo avrebbe fatto, secondo l’agenzia Fides, tentando di ‘comprare’ amministrati del culto cristiani e lo sta facendo col clero buddista. «Ha appena rilasciato Wirathu, il monaco buddista nazionalista noto per le sue invettive anti-musulmane e anti Rohingya, dopo averlo prosciolto dalle accuse di sedizione mossegli dal governo deposto di Aung San Suu Kyi». Amico giusto dei militari golpisti, il personaggio si conquistò la copertina di Time magazine come esponente dei pogrom contro i musulmani birmani del Rakhine.

Lotta di liberazione

Dal 7 settembre viene dichiarata la rivoluzione contro i militari golpisti e tutti devono contribuire al meglio delle loro possibilità, cominciando dalle dimissioni degli amministratori pubblici, sostenendo come possibile le People’s Defence Force. Sul fronte interno il governo ombra Nug chiede che la polizia di frontiera e le milizie popolari affiliate a Tatmadaw si uniscano alla lotta, mentre i soldati e la polizia di Tatmadaw vengono esortati a disertare. L’invito più difficile riguarda le organizzazioni etniche armate in capo alle autonomie regionali che dovrebbero, nelle intenzioni del governo, lanciare offensive per rivendicare le proprie aree di controllo.

«Quanto poi questo si possa tradurre in una vera alleanza tra governo clandestino e nuclei etnici armati, resta da vedersi».

Legno birmano, le aziende italiane complici dei militari

«Le aziende italiane, continuando a importare legno dal Myanmar, sfidano la legge sostenendo di fatto la giunta militare e la sua brutale repressione del popolo birmano», denuncia l’Environmental investigation agency. «In un rapporto costato 18 mesi di lavoro sotto copertura, gli attivisti dell’ong britannica hanno individuato 27 aziende che importano nell’Unione europea prodotti in teak dal Myanmar». Solo nei primi tre mesi successivi al golpe le importazioni di teak hanno raggiunto il valore di 1,5 milioni di euro, e noi italiani siamo tra i primi nel violare l’embargo attraverso il noto meccanismo della ‘triangolazione’ usato in genere per le armi. Compri da un Paese ‘pulito’, ben sapendo che quel prodotto arriva dal Myanmar.

Teak che finanzia assassini e distrugge un Paese

Impiegato nella nautica e nell’edilizia di lusso, per l’Arma dei carabinieri il teak vale fino a 20mila euro la tonnellata. Su 19 milioni di ettari di foreste naturali di teak presenti nel mondo, oltre 16 milioni sono nell’ex Birmania. Per il Paese è una catastrofe ecologica: «4 milioni di ettari di foreste distrutte in vent’anni, come l’intera Svizzera». Fin dal 2013, il regolamento europeo impone agli importatori di confermare tracciabilità e legalità del legno. Ma le imprese hanno tre strade per ottenere quel teak: acquistarlo alle aste della Myanmar Timber Enterprise (l’azienda di Stato monopolista ora sotto il controllo diretto dell’esercito), affidarsi a terzisti o ricorrere al legno tagliato illegalmente nel Paese, la sintesi di Alessandro De Pascale. «L’incapacità delle autorità italiane di far rispettare la legge è evidente».

Legge beffata e punizioni vergogna

Una azienda di Lucca (per ora sempre senza nomi), è ad esempio stata «multata 2 volte per le importazioni di legno dal Myanmar: 5.675 euro di ammenda la prima volta, e 3.000 euro la seconda», ma a fronte di merce del «valore dichiarato compreso tra 40.000 e 80.000 dollari a spedizione». Che è come dire “aver offerto un caffè allo Stato italiano”, viste le importazioni di teak birmano di questa società pari a «680.931 euro in solo biennio». Vergogna la sostanziale impunità e vergogna l’insensibilità imprenditoriale. Tra le aziende italiane interpellate dall’Eia «nessuna ha confermato che smetterà di importare teak dopo il colpo di stato in Myanmar e le sanzioni imposte», denuncia ancora De Pascale.

Per il portavoce di Justice for Myanmar, «Qualsiasi legno acquistato dal Myanmar aiuta i militari a comprare i proiettili usati nei loro omicidi di massa».

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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