Migliaia di giovani sfilano per le vie di Latina per dire NO alle mafie

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Dovunque si trovi – e oggi non c’è quasi lembo di terra italiana che non sia in qualche misura inquinato dalla sua corruttiva presenza –  la mafia potrà essere combattuta e vinta soltanto sollevando il velo di omertà o di paura che la nasconde. Dovunque, anche da quanti non hanno direttamente a che fare con i suoi interessi “leciti” o illeciti, “legali” o illegali. Non soltanto la droga, l’usura, il gioco d’azzardo, ma anche e soprattutto le imprese agricole, edilizie, commerciali o industriali in cui vengono riciclate le sue enormi risorse. Alla paura e all’ omertà si risponde con la solidarietà operativa, “mettendoci la faccia” come scrive Anna Scalfati nell’articolo che segue. E illuminando gli angoli bui, come fanno decine di “giornalisti di strada” rischiando ogni giorno la vendetta delle cosche. Chi sa parlerà solo se avrà la certezza di non essere lasciato solo di fronte alla minaccia e al ricatto.  A Latina e non solo, i giovani dimostrano di averlo capito (nandocan).

***di Anna Scalfati, 28 novembre 2014* – Molti sono andati via da Latina, allontanati perché infangati o intimiditi. Molti hanno lasciato sbattendo le porte e dicendo che lì, nell’agro pontino, c’era la mafia. Molti ancora , tanti, si sono adeguati, conquistati dagli effetti benefici che la criminalità organizzata garantisce ai territori che occupa. Altri ancora hanno avuto paura e si sono schierati opportunisticamente con quelli che ritenevano i vincitori. E così, in questi decenni, in questo clima, è avvenuto il consumo da parte delle mafie del sud del Lazio. Tra le mille luci dei nascenti centri commerciali che, nella gioia dello shopping, hanno cancellato decine di famiglie di piccoli commercianti, tra le anonime vie che hanno seppellito il gusto razionalista della bonifica fascista, le mafie hanno cancellato una storia collettiva divorando nel silenzio l’economia di una delle zone più agricole d’Italia… La piana di Fondi era l’aranceto d’Italia, di poco distante da quella Campania Felix, cuore pulsante di una Italia che tutti ci invidiavano.

Ma poi giunsero i Chianese e gli Schiavone ma anche i Mallardo e i Tripodi. E la politica fu muta, per anni, mentre il voto di scambio e i ricatti chiusero la bocca anche ai più coraggiosi.
Prima dell’arrivo del Prefetto Bruno Frattasi la macchina della criminalità era oliata in modo perfetto. Inaugurazioni, riqualificazioni, sviluppo, occupazione: tutto marciava a pieno ritmo. Sui giornali la fama dei nuovi leader cresceva mentre a Roma si annunciava il successo dell’Italia, Paese “ricco”, con i ristoranti “pieni”. È storia recente ed è storia attuale. La politica o non c’era o era silenziosa mentre il “sacco” delle mafie giungeva a Roma e si inseriva nel giro delle pizzerie e dei restaurant di lusso di via Veneto. Poi qualcosa si è rotto dopo la richiesta, inevasa, di commissariare il Comune di Fondi e di scioglierlo per infiltrazioni mafiose: richiesta avanzata per mesi dal coraggioso Prefetto Frattasi. Una piccola valanga di coscienze ha iniziato a rotolare verso una protesta e una indignazione legata anche all’acqua privata, agli appalti senza gare, alla droga fornita ai giovani mentre chiudevano cinema e teatri. Un quadro apocalittico con sparatorie, incendi e financo morti, di cui nessuno parlava. I giornali di destra, la politica improntata ad uno scontro spesso ideologico tra destra e sinistra.

Molto prima dei 5 Stelle stava nascendo una coscienza civile in quei territori oppressi. Tra le donne e i giovani soprattutto. E quando nel marzo scorso venne Don Ciotti furono in migliaia a scendere in piazza a Latina. Alcuni, con la fascia tricolore, pensarono che battersi il petto fosse sufficiente per far parte della colonna antimafia. Ma don Ciotti le mafie le conosce ed ha prontamente messo in guardia da una guerra di schieramenti di tipo “partitico” che riproduca tout court lo schema sinistra – destra in “mafia -antimafia”. Ha chiesto di dare senso e contenuto alla lotta alla mafia.

E veniamo adesso alle ultime 48 ore: mentre il Papa chiede contenuti civili ai cattolici di tutto il mondo auspicando integrazione e multiculturalismo, migliaia di giovani sfilano per le vie di Latina per dire NO alle mafie. L’occasione è la recente minaccia che la criminalità organizzata ha sferrato al giudice Lucia Aielli, da tempo impegnata in indagini contro le n’drine e non solo. La risposta é quella di una comunità indignata che riserva l’ultimo posto del corteo ai politici e non per quella distanza tra cittadini e istituzioni che tanto preoccupa il Premier Renzi, quanto per una novità sociale e culturale che sarebbe piaciuta ai Costituenti.

Le minacce di morte al giudice Aielli si accompagnano ancora una volta al tentativo di imbavagliare un coraggioso interprete della libertà di indagine: il nuovo Questore di Latina, protagonista di denunce sulla mafia dei colletti bianchi, attiva nel settore dell’ urbanistica. Così come già avvenuto negli anni scorsi, contro chi osava rompere il muro dell’omertà, si mette in moto quasi automaticamente, un comportamento dissuasivo di tipo “istituzionale”, quindi “legale”, fatto di interrogazioni parlamentari e proclami di non colpe volezza. Ma i giovani oggi hanno detto il loro “NO” alla mafia che non ammette cappottini partitici rispondendo a quei principi degasperiani che volevano il 18 aprile del1948 non come una vittoria di una parte contro un’altra del Paese ma come “una vittoria della libertà, della libera e consapevole scelta degli italiani a favore del sistema democratico”.
Così oggi, in migliaia, per lo più studenti, hanno riempito il vuoto di gran parte della politica e delle istituzioni e con la presenza significativa del Capo della Procura, Giuseppe Pignatone, hanno affermato la fine dell’epoca grigia dell’ipocrisia e della menzogna. Come ha detto il Papa e come dice da tempo don Ciotti é l’ora di esporsi. E loro, in tanti, ci hanno messo la faccia. Loro…

* da articolo 21,il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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