Mettere in sicurezza la Costituzione

costituzione2di Giovanni Bachelet, 5 giugno 2013* – All’inizio della scorsa legislatura, da deputato del gruppo PD, ho riproposto da primo firmatario la “messa in sicurezza” della Costituzione tramite rafforzamento dell’articolo 138. Simultaneo e identico disegno di legge costituzionale fu presentato al Senato da Oscar Luigi Scalfaro, presidente del comitato del referendum 2006 e poi, fino alla morte, dell’associazione “Salviamo la Costituzione. Aggiornarla, non demolirla.” della quale sono stato e sono tesoriere. Firmarono quel disegno di legge anche Zanda e Finocchiaro.

Dico “riproposto” perché il copyright è di Bassanini ed Elia: per primi, nel 1994, avevano formulato una revisione del 138 che metteva la Costituzione al riparo da riforme a colpi di maggioranza, non impossibili dopo la nuova legge elettorale maggioritaria; quella volta anche Napolitano aveva aggiunto la firma.
E’ chiaro che elevare il quorum per le revisioni costituzionali aumenta il potere delle minoranze; ma proprio questo –scrivevamo nella relazione– è l’obiettivo: evitare che le regole di tutti restino nelle mani della sola maggioranza di governo; tutelare l’opposizione pro-tempore (il centrodestra nel 1994, il centrosinistra nel 1996, oggi il M5S, domani chissà); risparmiare brutte avventure a un Paese dove giornali e tv nelle mani di un politico hanno già introdotto un grave squilibrio costituzionale de facto, impensabile nel resto d’Europa.
Dal 1994 in poi una simile “messa in sicurezza” è stata via via riproposta (le ultime due volte con maggioranza qualificata innalzata a 2/3 per l’approvazione e 4/5 per evitare il referendum), ma purtroppo mai discussa in Parlamento. Attenzione: con queste nuove soglie diventerebbe poi piú difficile ogni modifica, gradita o sgradita: dal monocameralismo all’articolo 7, dall’articolo 29 al Titolo V del 2000, che ha costituzionalizzato sussidiarietà, autonomia regionale e autonomia scolastica (confermato dal referendum 2001 con 5 milioni di voti di scarto, diversamente dalla riforma Berlusconi, bocciata con 6 milioni di voti di scarto nel 2006). Piú difficile, ma non impossibile. Barriere alte ci sono in Germania e in molti paesi UE; chi ha visto il film Lincoln ricorderà che addirittura, negli USA, le modifiche costituzionali richiedono 2/3 del Congresso solo per essere avviate; malgrado ciò, in 230 anni, ne sono passate 27 (l’ultima nel 1971).
Invece la procedura di revisione auspicata dalla mozione parlamentare della scorsa settimana, malgrado i miglioramenti, va ancora in verso opposto rispetto alla “messa in sicurezza”. Come le leggi costituzionali 1/93 (commissione bicamerale Iotti-DeMita) e 1/97 (D’Alema), essa introduce una deroga all’art. 138; in piú, richiama accelerazioni e modifiche globali della II parte della Costituzione e soffre di una macroscopica aggravante politica. Nel 1993 e 1997, infatti il dialogo sulle riforme istituzionali avveniva fra forze una al governo e l’altra all’opposizione, mentre stavolta sono tutte e due al governo, e l’opposizione è tagliata fuori dalla trattativa. Non è una differenza da poco.
Non amo il presidenzialismo e non è facile introdurlo a forza di revisioni parziali basate sull’articolo 138: ci vorrebbe, dicono in molti, una nuova Assemblea Costituente. So però che gli USA e la Francia sono grandi democrazie, e che Calamandrei ed altri Costituenti del Partito d’Azione preferivano il regime presidenziale a quello parlamentare. Sarei quindi disposto a discuterne, ma solo dopo aver costituzionalizzato, tanto per dirne una, le norme sul conflitto di interessi, come diceva Rosy Bindi sull’Unità di venerdí scorso. Poiché, a meno di credere alla Befana, la probabilità che Berlusconi accetti simili condizioni è prossima a zero, è urgente, anziché dividersi sul merito, formare il fronte piú ampio possibile che (come Scalfaro nel 2005) con il massimo garbo dica un fermo no a un metodo che, oltretutto, non ha portato fortuna: tutte le bicamerali sono naufragate e tutte le revisioni costituzionali compiute hanno seguito l’ordinaria procedura del 138.
Con la “doppietta” parlamentare di mercoledí scorso –il PD approva la mozione riforme PD-PDL e boccia il ritorno al Mattarellum– salgono a 4 le scelte post-elettorali incompatibili con gli impegni presi dal PD in campagna elettorale. Le altre due sono l’accordo con Berlusconi sul Presidente della Repubblica e il governo PD-PDL (che alla direzione PD dello scorso 23 aprile, insieme ad altri 21 fra i quali Bindi e Civati, non ho approvato con il mio voto). Dopo questo sconcertante “poker”, lasciato il Parlamento a marzo, sarei tentato di dimettermi anche dalla direzione. Ma PD+SC+PDL+Lega arrivano a 234 Senatori, la maggioranza di 2/3 necessaria ad approvare senza referendum questa prima legge costituzionale è 212, i Senatori PD che hanno firmato il “documento Monaco” sono 23 (oltre ad altrettanti deputati, fra cui Bindi e Civati). Poiché (incredibile ma vero) in direzione PD su questa riforma costituzionale non c’è stato ancora dibattito, forse è meglio non dimettersi e invece pretendere un vero dibattito, combattere, verificare l’ampiezza del dissenso.
Cosí, mentre chiarisco che domenica prossima a Roma voterò Marino perché è cento volte meglio di Alemanno, mentre diffido pubblicamente il mio partito dall’arruolare questo mio voto a favore delle larghe intese (né al Governo né, tanto meno, sulle riforme costituzionali), chiedo a chi legge di aiutare chi dall’interno combatte per riportare al piú presto il PD sulla retta via, per il bene della nostra cara Italia.
Bologna, 2 giugno 2013, Festa della Repubblica 
*da critica liberale, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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