Medio Oriente: voci, gossip e strategie

arabi invisibili

 Un altro esempio di come superficialità e concisione non vadano d’accordo con una buona informazione sulle questioni internazionali complesse come la Siria o il conflitto palestinese. Ma questo vale anche per l’Ucraina e le difficoltà nei rapporti tra Occidente e Russia, dove difficilmente l’informazione frettolosa produrrà reazioni utili nell’opinione pubblica (nandocan).

****di Paola Caridi, 8 maggio 2014* –  C’è un gran parlare, per il web e sui giornali, del Qatar. C’è un gran parlare, soprattutto, del Qatar e dei Fratelli Musulmani egiziani. Sarebbe finita la liason tra Doha e il più importante movimento islamista arabo. Perché, si fa capire tra le righe, il Qatar ha ceduto alle fortissime pressioni ricevute dagli altri paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. Il tutto, condito da notizie di fughe ed espulsioni di appartenenti ai Fratelli Musulmani egiziani, dal Qatar verso la Libia o, addirittura, la Tunisia.

Prima regola per lettura degli avvenimenti in Medio Oriente: verificare non solo le notizie, ma anche le fonti (giornalistiche e non) dalle quali provengono, e capire se alcune delle notizie non facciano parte di una buona campagna mediatica. Seconda regola: analizzare anche i tempi di uscita delle notizie. Terza regola, fondamentale: prudenza.

Allora, cominciamo dall’inizio. È in atto, sin dallo scoppio delle rivoluzioni tunisina ed egiziana, ma direi anche da ben prima, una strategia di contenimento della Fratellanza Musulmana egiziana che va oltre i confini nazionali. È una strategia di contenimento in ambito regionale che ha nell’Arabia Saudita il protagonista, e in molti paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo gli alleati.

La strategia si è esplicitata, dal luglio scorso, nell’appoggio saudita al regime egiziano che ha scalzato il presidente eletto Mohammed Morsi. E si è resa del tutto evidente con quello che è successo negli ultimi mesi: la firma di un accordo tra Arabia Saudita e Qatar all’inizio del 2014 per limitare il sostegno di Doha alla Fratellanza Musulmana (non solo in Egitto, ma anche in Palestina e in Siria), il successivo ritiro dell’ambasciatore dal Qatar dopo l’analogo passo compiuto dall’Egitto, e l’inserimento della Fratellanza Musulmana nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. I rapporti all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo si sono, almeno all’apparenza, appianati nelle ultime settimane, con una riunione che aveva appunto come obiettivo ritornare alle buone relazioni tra Doha e il resto dei paesi della penisola arabica.

È evidente che, sul caso dei Fratelli Musulmani egiziani, si scontrano due politiche contrapposte che vanno oltre il caso egiziano e riguardano l’intera regione. Ed è anche evidente che le politiche contrapposte mettono in campi veri e propri investimenti finanziari ed economici. Il Qatar aveva sostenuto dal punto di vista economico gli islamisti egiziani, dopo la vittoria dei Fratelli Musulmani alle elezioni presidenziali e a quelle politiche. Ma il sostegno economico messo in atto dagli altri paesi della penisola arabica è di gran lunga più consistente. La mole di aiuti provenienti dal fronte ‘conservatore’ del GCC, insomma, è già pari al doppio degli aiuti che il Qatar aveva promesso all’Egitto guidato da Morsi. Dopo il 3 luglio del 2013, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno deciso un pacchetto di aiuti del valore complessivo di 12 miliardi di dollari all’Egitto in cui il presidente islamista Morsi era stato destituito e si stava insediando un governo sostenuto dai militari. A questo primo pacchetto, si sono aggiunti nei mesi successivi altri sostegni da parte di Arabia Saudita e UAE per un totale di 5.8 miliardi di dollari, comprendenti anche prodotti petroliferi.

Un aiuto importante, certo, per l’unico candidato forte alle presidenziali egiziane, Abdel Fattah al Sisi, che non a caso fa la voce grossa proprio sulla questione della Fratellanza Musulmana. L’Ikhwan è finita, sostiene nella sua prima intervista. E questo è l’obiettivo non solo del regime al potere al Cairo, ma del fronte conservatore nella penisola arabica. Il Qatar si allineerà al fronte guidato dall’Arabia Saudita dopo aver cercato per anni di consolidare il suo ruolo nella regione a spese di Ryadh? È ancora troppo presto per dirlo. Le frizioni sulla presenza di sheykh Yussuf al Qaradawi a Doha, e gli attacchi ad Al Jazeera sin dalla sua fondazione alla fine degli anni novanta, sono una costante da molti anni. E il gioco è molto più complesso e allargato, coinvolge la Siria, coinvolge la riconciliazione palestinese, coinvolge il destino del Libano, coinvolge la piccola Tunisia. Coinvolge, insomma, le posizioni che Doha e Ryadh vogliono guadagnarsi su tutti i fronti caldi in Medio Oriente. Non solo in Egitto.

È per questo, dunque, che occorre una buona dose di prudenza nel leggere quello che succede tra il Golfo e in Egitto, proprio ora. E aspettare che le voci di corridoio, i rapporti di fonte anonima, i titoli sparati diventino realtà.

Fonte: http://invisiblearabs.com, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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