Matteo Renzi come la Coca Cola

di Pierfranco Pellizzetti, da ilfattoquotidiano.it, 8 luglio 2013

Ma che c’avrà ‘sto Renzi, per cui tutti i corifei del conformismo alternativo stanno lì a garantirne il tocco magico? Probabilmente il suo successo deriva dal fatto che in questa estrema provincia occidentale – quale l’Italia – ancora non abbiamo del tutto metabolizzato le tecniche pubblicitarie applicate alla politica; perfino le più scoperte e stantie. Sicché ce le beviamo tranquillamente, quasi si trattasse di formidabili innovazioni politiche.Difatti la prima regola in materia è quella di ripetere incessantemente qualcosa di molto semplice fino allo sfinimento dell’uditorio, costretto alla resa mediante una sorta di lavaggio del cervello; e chi se ne importa se il tormentone suona poco attendibile. La tecnica della goccia che spacca le pietre (mentali).
Così il giovane putto di Rignano sull’Arno si è autoeletto “a nuovo che avanza” e ce lo ribadisce con un martellamento che non conosce tregua.

Poco male se l’iconicizzazione di quel nuovo è il giubbetto di Fonzie, il meccanico rubacuori star della serie televisiva americana degli anni Settanta “Happy Days”. Infatti quel capo d’abbigliamento stravisto ha un vantaggio importante per la promozione del prodotto: è assolutamente riconoscibile (non a caso la Coca Cola non cambia la grafica del suo logo). E qui da noi siamo ormai imprigionati da decenni nei condizionamenti televisivi di una americanizzazione da poveracci. Che Renzi sfrutta con una certa cinica sapienza.

Per di più il prodotto viene certificato a mezzo strombazzamenti vari per i suoi effetti salvifici immediati, come quegli sciroppi miracolosi venduti dal solito guaritore pataccaro in qualche fiera di paese. Anche questo aspetto funziona alla grande, considerata la diffusa credulonità di una cultura nazionale che rimane ancora in larga misura contadina. Peccato che l’annunciato salvatore della Patria non riesca neppure a risolvere i problemi di buona amministrazione nella città di cui è sindaco.
Ma basta non farlo sapere, che non se ne parli.

Infine un’altra regoletta di successo: il marketing deve indurre l’incorporazione di uno stile di vita. Un po’ come in quella promozione della caramella alla menta, che se la compri salvi un orso polare… Dal canto suo Renzi promuove la mitologia del successo ottenuto attraverso la benevolenza dei potenti (Marchionne, i Della Valle) in una sorta di berlusconismo soft. Quindi, non disturbiamo il manovratore. E la soluzione che tale manovratore ci promette è la trovata: magari affittare Ponte Vecchio (come già si è fatto per il Colosseo) o puntare sugli stilisti… in una “Firenze da bere” fuori tempo massimo, avvolta nella nube tossica dello smog.

Va tutto bene, finché si riesce a imporre un lessico che ti posiziona nel positivo e relega gli altri nella negatività. Così si vince facile, magari prima ancora di iniziare la partita: gli illuministi si definivano la luce, Renzi il rottamatore. Cosa possono dire e fare gli avversari, quelli bollati a fuoco come “bui” e come “scarti di cui liberarsi”?

Giochi linguistici che dimostrano quanto il corpo elettorale sia credulone. Tanto da non rendersi conto che le ricette – tra una cavatina pubblicitaria e l’altra – fatte circolare dal giovanotto che voleva farsi leader sono soltanto una ribollita cucinata coi cavoli e il pane raffermo delle Terze Vie. Le politiche degli ormai screditati furboni dell’epoca rampante – gli anni Novanta – Tony Blair e Bill Clinton. Gli imbonitori di inutili placebo.

Eppure Renzi continua a calcare le scene, come un destino incombente. Anche se Letta jr. gli copre lo spazio del voto moderato, ossia la conquista del target per la crescita elettorale (nella perdita a sinistra data per inevitabile) che renderebbe credibile e appetibile per il PD l’offerta di una premiership renziana. Che però ha un difetto agli occhi dei potenziali interlocutori di partito: viene dall’esterno rispetto ai circuiti delle nomenklature romane. Nei cui confronti minaccia un effetto dumping.

Per questo Renzi sarà tenuto a bagnomaria per tutto il tempo necessario, fino a quando dovrà essere ritirato dal mercato come prodotto scaduto. Un gioco politico ben noto ai signori di partito. Per cui, chi di pubblicità ferisce di politica perisce.


 

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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