Maria Gianniti: Giulio era nel mirino del governo, l’intelligence lo conosceva”

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Maria Gianniti

“Listiamo a lutto i nostri siti, i nostri profili Facebook e Twitter, dedichiamo a Giulio, e non solo oggi, l’apertura e chiediamo a voce alta alle autorità egiziane con un’azione virale attraverso mail, web e social, verità e giustizia per #Giulio Regeni”. Nandocan accoglie l’invito di articolo 21 “per darci la speranza – come è stato detto ieri alla manifestazione davanti all’ambasciata egiziana – che un giorno, insieme, potremo restituire i loro diritti a tutti i Giulio” (nandocan).

***di . 8 febbraio 2016* – Uno “Stato di sicurezza” in mano all’esercito, che reprime ogni forma di dissenso. L’Egitto del generale Al Sisi non lascia spazio alle opposizioni: gli attivisti ci sono, ma spesso vengono arrestati e torturati. O scompaiono nel nulla, come è successo a più di 1700 persone solo nel 2015. E come è accaduto a Giulio Regeni prima che il suo corpo venisse trovato in un fosso nella periferia del Cairo. Ma tra i giovani egiziani, che per rendere omaggio al dottorando ucciso hanno portato i fiori davanti all’ambasciata italiana, resta vivo il ricordo delle sollevazioni di piazza. E la paura non ha spento la voce del dissenso.
Maria Gianniti, inviata del Giornale Radio Rai, segue le vicende del Paese dai tempi della primavera araba e delle proteste di piazza Tahrir nel gennaio 2011.

In che contesto politico è avvenuta la morte di Giulio?
Per l’Egitto è un momento particolare, che in realtà dura da un po’: nel 2013, dopo la deposizione di Morsi e dei Fratelli musulmani con un colpo di Stato, l’esercito ha ripreso in mano il Paese e lo governa in modo autoritario. Lo “Stato di sicurezza” che c’è ora, però, ha persino superato la repressione attuata da Mubarak.
A questo bisogna aggiungere il problema del terrorismo: la battaglia di al Sisi contro la fratellanza musulmana non ha fatto che accendere gli animi degli islamisti. E nel Sinai le cellule jihadiste sono più attive che mai. Di fronte a ciò, il governo ha scelto una linea di chiusura totale, tanto che dal 2013 le manifestazioni di piazza sono vietate per legge.

E il dottorando italiano è sparito proprio nell’anniversario delle proteste di piazza Tahrir.
Anche lo scorso il 25 gennaio è stato un giorno tragico: due ragazze, una delle quali aveva 17 anni, sono state uccise dagli spari della polizia durante le manifestazioni dei Fratelli musulmani. Come mai Giulio sia scomparso proprio in quella data e chi dovesse incontrare lo scopriranno gli inquirenti. Quel che è certo è che in queste occasioni il Mukhabarat, la polizia politica, è presente in tutti i luoghi sensibili della città. E ai servizi segreti Giulio era stato segnalato: stava preparando una tesi di dottorato sul ruolo dei sindacati, che sono “osservati speciali” del governo, e aveva partecipato ad una riunione. Oggi in Egitto la repressione delle voci critiche è durissima: esprimere il dissenso significa finire in carcere. O scomparire nel nulla.

A tutto questo i giovani reagiscono?

Dal 2011, anno della Primavera araba, ho incontrato tanti ragazzi che vivono in Egitto, anche stranieri come Giulio. Il Cairo è la più grande capitale del mondo arabo e attrae studenti da tutto il mondo. Il problema si pone quando decidono di essere voci critiche: oggi lì non c’è spazio per la libertà di espressione. Eppure una cosa è rimasta, dai giorni delle proteste: a piazza Tahrir i giovani hanno partecipato alla caduta di un regime. Hanno imparato cos’è il dissenso. E questo spirito, anche se la repressione è peggiore di allora, non credo che si spegnerà.

Dopo l’omicidio di Giulio ci saranno conseguenze per i rapporti tra Italia ed Egitto?

Qualcuno ipotizza che l’uccisione di Giulio avesse lo scopo di ammonire chi si interessa da vicino alla politica egiziana. Mi pare difficile, perché il ragazzo era italiano e noi siamo il secondo partner commerciale del Paese: le conseguenze per loro potrebbero essere gravi. Appena ha avuto la notizia, il ministro dello Sviluppo Federica Guidi, in missione al Cairo, ha sospeso immediatamente tutti gli incontri in programma. E non dimentichiamo che il più grande giacimento di gas del Mediterraneo, che si trova al largo delle coste egiziane, è stato scoperto dall’Eni.
In forza di questo l’Italia dovrebbe mantenere una posizione rigida e congelare i rapporti economici finché non verranno chiarite le circostanze della morte: l’inchiesta non è facile e troverà molti ostacoli.

*da articolo21.org

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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