Marcia per la giustizia contro il despota Erdogan

***da RemoContro, 8 luglio 2017 – «Marcia per la giustizia», là dove di giustizia proprio non se ne vede. Il quasi anniversario del mancato ma comodo ‘tentato golpe’ contro Erdogan, e le parti si scontrano tra protesta -quella che ancora resiste- e ulteriore repressione. Dal fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016, si sta scrivendo una delle pagine più nere della storia della Turchia, con repressioni e violazioni dei diritti umani senza precedenti. Per tentare di contrastare l’azione del presidente Recep Tayyip Erdogan -superpresidente dopo la modifica costituzionale- , il Partito repubblicano turco ha dato il via ad una marcia di protesta da Ankara ad Istanbul, arrivo questa domenica, salvo provocazioni o incidenti.

Evenienze non inconsuete nella Turchia di Erdogan dove due giorni fa il mondo ha assistito stupito ad un blitz della polizia turca a un workshop che riuniva i rappresentanti di alcune delle principali organizzazioni per la tutela dei diritti umani. Almeno 12 attivisti di primo piano, tra cui la direttrice di Amnesty International nel Paese, Idil Eser, e 2 stranieri, sono stati fermati in un hotel di Buyukada, una delle isole al largo di Istanbul, sul mar di Marmara, e portati ieri sera in una caserma. Le accuse nei loro confronti restano ignote e non hanno ancora potuto incontrare i loro legali. Benvenuti nella nuova Turchia di Erdogan.

Ma torniamo alla marcia che si avvicina alla meta finale, la capitale e economica e un tempo anche culturale e sociale del Paese, Istanbul. La cronaca di Cristoforo Spinella, dell’agenzia Ansa, narra di questo serpentone via via sempre più lungo e imponente, che sta macinando i 430 chilometri da Ankara al Bosforo. Il più e il peggio già percorso sotto sole cocente e acquazzoni, suole consumate e nottate insonni nei sacchi a pelo, sino, domani mattina, in piazza di Maltepe a Istanbul. In quel quartiere, alla periferia asiatica della metropoli sul Bosforo, c’è la prigione dove dalla sera del 14 giugno è detenuto Enis Berberoglu, il primo deputato arrestato del Chp, l’opposizione laica al presidente Erdogan.

Il loro cammino simbolico – quei 430 km in tutto – è partito la mattina dopo, il 15 giugno, in testa il leader Kemal Kilicdaroglu. Passo dopo passo, un corteo che si ingrossava diventando simbolo. Fino a ritrovarsi, alla vigilia dell’anniversario del fallito golpe, nella più grande manifestazione degli ultimi anni del campo anti-Erdogan, dalla primavera scorsa vincitore del referendum su suo personale presidenzialismo. “Domani saremo un milione”, predicono i marciatori, salvo provocazioni che pure ci sono state. Ogni tanto le macchine che li incrociano, lungo la strada D-100, rallentano per scaricare insulti. Qualche giorno fa, accanto al campeggio dove dormivano i marciatori, un furgone ha scaricato qualche chilo di letame.

Ma Kilicdaroglu invita i suoi a rispondere sorridendo. Più prosaicamente, ha distribuito un manuale in 12 punti che invita a non cedere alle provocazioni. “In questa marcia non c’entrano i partiti, ma solo la giustizia. Se vuole, può venire anche il presidente (Erdogan). Noi vogliamo solo che tutti vengano trattati allo stesso modo”, dicono quasi all’unisono Elif e Hulya, impiegate comunali sulla quarantina che al corteo si sono unite oggi e promettono di proseguire fino a Istanbul. La parola, giustizia, ‘adalet’, campeggia ossessiva su migliaia di magliette e cappellini bianchi. Mentre un signore anziano che se ne va in giro con un cartello al collo: «Un giorno anche tu avrai bisogno di questa giustizia».
Riferimento trasparente e la speranza che possa accadere presto.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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