Mandela, un gigante della storia

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La grande lezione di Mandela, più che mai attuale nel tempo della grande immigrazione, è quella stessa che ispirò al mio maestro Ernesto Balducci la profezia dell’uomo planetario: Diversità è ricchezza (nandocan). 

di Enzo Nucci, 6 dicembre 2013* – E’ indelebile nella mia memoria quella vigorosa stretta di mano e quel sorriso smagliante che mi regalò Nelson Mandela, che all’epoca non accusava affatto le 79 primavere sulle spalle. Accadde in Svizzera, a Ginevra, nel 1997 durante la riunione degli organismi sportivi internazionali riuniti per l’assegnazione dei giochi olimpici del 2004 che andarono ad Atene. Mandela era lì a sostenere la candidatura di Città del Capo. Attraverso un complicato gioco di voti e veti, alleanze ed altro, il Sudafrica fu poi “risarcito” con i mondiali di calcio del 2010. Mandela sorrideva e stringeva mani e senza paura affrontò il bagno di folla che lo attendeva all’uscita dell’asettico edificio svizzero. Ovazioni, danze, canti, qualcuno si spinse anche ad abbracciarlo e baciarlo. La quiete svizzera fu travolta da quel sorridente uomo, un gigante della storia.
I 27 anni di carcere, i lavori forzati, le angherie subite sono serviti a spalancargli le porte del Pantheon degli Eroi moderni, sempre più povero di figure rappresentative. Ma la grandezza politica di Mandela, la sua visione della Storia tutta tesa all’inclusione comunitaria dopo gli anni della “esclusione” segregazionista razziale, si evince nel periodo che va dal 1990 (anno della sua scarcerazione) ed il ’94, quando fu eletto presidente della repubblica. Furono gli anni più duri e pericolosi in cui il futuro premio Nobel per la Pace ebbe modo di mettere sul tavolo la sua autorevolezza politica ed una enorme capacità di mediazione, non compresa da tutti, ancora oggi contestata. Furono gli anni tormentati della transizione, contraddistinti da omicidi che i razzisti bianchi commisero per fermare il processo di pace e riconciliazione. Amici personali di Mandela, dirigenti politici e sindacali, stretti collaboratori del leader furono ammazzati senza pietà.

I razzisti cercarono anche di fomentare le rivalità storiche tra le etnie del paese e non si fermarono neanche durante un delicato incontro in cui assaltarono la sede che ospitava i mediatori. Mandela seppe tenere la barra dritta: avanti verso la riconciliazione. Del resto quando nel ’90 lasciò il carcere di Robben Island strinse proprio la mano del suo carceriere, un gesto simbolico ma che lasciava intravedere quale sarebbe stata la sua filosofia politica, ispirata alla tolleranza ed alla necessità di contare sulle forze di tutti, nessuno escluso. Così Mandela dovette dapprima vincere la battaglia all’ interno del suo partito, l’ African National Congress, dove le forze radicali spingevano per dare una risposta armata alle provocazioni quotidiane dei razzisti e nel contempo rassicurare la vecchia struttura di potere boero, terrorizzata nel vedere il paese governato da coloro che aveva sempre schiacciato sotto il suo tallone d’acciaio. Sono questi i quattro anni che sconvolsero il Sudafrica ed in qualche modo ne hanno segnato la storia degli ultimi 20 anni.
Mandela lascia una grande eredità politica e morale ma non lascia eredi in grado di svilupparne l’azione ed il pensiero. I due presidenti che gli sono succeduti non sono stati all’altezza dei compiti “storici” a cui erano stati chiamati. Thabo Mbeki (due mandati presidenziali) con la sua politica di non intervento ha favorito la diffusione dell’Aids, che ha dato al Sudafrica un triste primato. Mentre sul capo dell’attuale presidente Jacob Zuma pendono 700 denunce per corruzione.
Mandela forse resterà ancora lungo troppo solo in quel Pantheon degli Eroi dove avrebbe desiderato essere in buona compagnia.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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