Mandando la fatica a quel paese

*di Antonio Cipriani, da Remocontro, 2 maggio 2021

Noi che diciamo buon primo maggio, e ci emozioniamo allo sventolio delle bandiere rosse. Noi che pensiamo che la festa del lavoro debba essere rossa, come il sangue di chi ha perso la vita, come il dolore degli sfruttati, dei disperati, di chi il lavoro lo vive come schiavitù, dei precari, degli invisibili. 

Noi che crediamo ancora che possa esistere un mondo migliore e che il nostro scopo sia quello di agire perché accada, perché l’ingiustizia sociale non diventi talmente radicata e invisibile da svanire dal dibattito politico. Noi che pensiamo: così sta accadendo, sepolti da terminologie fredde, tecniche e anglofone, stiamo perdendo di vista la vita, i colori, la bellezza delle cose semplici, l’uguaglianza, ciò che ci rende umani, donne e uomini degni di questo nome. 

Noi col cuore delicato sul tramonto, guardiamo il rincorrersi delle colline nelle nuvole, respiriamo l’aria di un bosco e pensiamo che anche i nostri figli debbano godere della bellezza, e non possano essere cinicamente depredati del bene comune. Noi che alziamo gli occhi al cielo, crediamo nei miracoli e nella difesa della natura e non vogliamo diventare pallidi figuri indifferenti pronti a cambiare canale di fronte alle tragedie del tempo.

Noi siamo così. Non siamo nati per il successo, e neanche per carriere patinate o politiche. Restiamo gente da strada. Privi di buon senso, se quel buon senso è quello comune che ci uccide lentamente e gioiosamente ogni giorno. 

Così, in un giorno di bandiere sognate al vento, di pugni chiusi e solidarietà, il pensiero è andato a Bert Theis, che non c’è più, e alla sua utopia. Mi sono tornate in mente le sue parole: dobbiamo lavorare per ricostruire un immaginario utopico, concreto e rivoluzionario, che si sottragga da quello che ci viene imposto e che ci imprigiona in luoghi comuni asfittici.

Un giorno, segando un legno nel giardino di Isola Pepe Verde, parlammo di teatro, di mettere su un canto corale e popolare, ci dicemmo di quanto fosse importante Enzo Del Re. Ci venne in mente la sua rivoluzione poetica.

Un verso di una sua canzone che ci risuona dentro. La fatica del lavoro. La fatica di non averlo. La fatica di quello che accade, la fatica delle cose che cambiano in peggio, delle promesse scintillanti che ci mortificano. La fatica che viviamo, giorno dopo giorno, imprigionati in uno spazio di libertà sempre più ristretto. 

Citando Enzo Del Re (andatelo ad ascoltare), salutiamo il primo maggio con l’utopia concreta e con il pensiero che tante cose dobbiamo ancora pensare e fare per non morire brutti e con scritto in faccia, e nel cuore, la resa incondizionata.

Articoli recenti:

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: