Made in Italy che uccide Se accade in Bangladesh la moda firmata dimentica

Prima negano il coinvolgimento poi, scoperte, si dimenticano di risarcire le vittime come chiede l’Onu. Le famiglie dei 1138 morti e oltre 2000 feriti attendono che venga onorato il debito dai grandi marchi del Made in Italy. Ma Benetton non era quella della pubblicità “equa e solidale” di Oliviero Toscani? (nandocan)

Bangladesh Rana Plaza***da RemoContro, Massimo Lauria, 10 febbraio 2015 – Il Made in Italy che uccide è quello che non riconosce le proprie responsabilità. È quanto sta accadendo con diverse grandi firme della moda italiana, che continuano a negare un risarcimento per i morti del Rana Plaza in Bangladesh. A quasi due anni dal crollo del palazzo che ha causato la morte di 1138 lavoratori e il ferimento di altri 2000, i familiari delle vittime attendono che anche le multinazionali italiane facciano la loro parte, versando alcuni milioni di euro nel fondo per le vittime istituito dall’Onu, il Donor Trust Fund.

 A ricordare l’assenza di marchi come Benetton o Robe di Kappe -tanto per citare alcuni italiani- è una campagna sociale lanciata sul web. Obiettivo dei media attivisti è la raccolta di un milione di firme da consegnare ai vertici delle aziende italiane durante la Settimana della moda di Milano tra il 25 febbraio e il 2 marzo. Secondo la Campagna Abiti puliti (Clean Clothes Campaign) alcune di questa aziende avrebbero violato i termini dell’Accordo sulla prevenzione incendi e sicurezza sul lavoro in Bangladesh.

L’Accordo è nato all’indomani del disastro di Dacca. Le multinazionali italiane assieme ad altri 150 marchi nel mondo, avevano siglato il documento di risarcimento sotto pressione di una campagna mondiale. Ma poi non se n’è saputo più nulla. E all’appello mancano quasi la metà dei 40 milioni di euro calcolati per le migliaia di vittime di quel giorno. Walmart, Mango, Benetton, C&A, El Corte Ingles, Kik, Walt Disney, H&M oltre alle altre italiane Piazza Italia, Manifattura Corona e Yes Zee sono solo alcune delle aziende presenti nell’edificio bengalese.

Il crollo del Rana Plaza, l’edificio commerciale di 8 piani, è considerato il più grave incidente mortale della modernità avvenuto in una fabbrica tessile. Il giorno prima del crollo erano state scoperte delle crepe sui muri. Ma l’avviso di sgomberare e non utilizzare l’edificio era stato ignorato, obbligando i lavoratori tessili a tornare il giorno successivo. La mattina del 23 aprile 2013, ora di punta, il palazzo era stipato di persone: oltre otto mila lavoratori, tra fabbriche di abbigliamento, una banca e altri negozi, sono state sepolte dalle macerie.

Il 23 aprile 2013 segna anche la data della più grande storia di sfruttamento del lavoro al mondo. Oltre 150 multinazionali della moda si sono serviti di migliaia di lavoratori sotto pagati. Sulla loro pelle hanno fatto crescere per anni i propri fatturati, ignorando i più elementari diritti sulla sicurezza.

Ora gli attivisti per i diritti umani chiedono di rispettare i termini di quell’accordo, con la denuncia nei confronti della Benetton, definita da Laura Lucchetti della ‘Campagna abiti puliti’ «L’unico marchio internazionale legato al Rana Plaza a non aver versato neanche un centesimo nel Rana Plaza Donors Trust Fund», istituito dell’Organizzazione mondiale del lavoro, Ilo, nel gennaio 2013.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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