Ma il conflitto di interessi non era il cavallo di battaglia del centro sinistra?

Loconflitto interessi 8 era, forse. Ma è un pezzo che il cavallo in battaglia non serve più. Contro i conflitti di interesse non basterebbero i carri armati. Ieri, mentre Articolo21 pubblicava l’articolo che segue, il maggior titolare dei conflitti medesimi, condannato per grave reato e affidato ai servizi sociali per il suo reinserimento nella vita civile, dopo un incontro al vertice col presidente del Consiglio, concedeva udienza, nel suo palazzo, ai rappresentanti delle forze dell’ordine per rassicurarli del suo intervento a loro favore. E non mi pare che giornali e telegiornali abbiano avuto qualcosa da ridire. Altro che interessi! Oggi il conflitto è tra la dignità delle istituzioni e l’ intera classe dirigente (nandocan).

***di Arturo Scotto, 17 settembre – Il patto del Nazareno nasconde un angolo cieco. Una zona d’ombra, un vicolo buio dove cacciare tutti i temi che sul tavolo dell’accordo “di sistema” fra Renzi e Berlusconi non ci possono stare. Si chiama conflitto d’interessi. Era il cavallo di battaglia sbandierato retoricamente da un’intera stagione di antiberlusconiani in servizio permanente effettivo, centrosinistra incluso.
Lo riprese il premier descamisado ai tempi della sua irresistibile ascesa alle leadership del Partito Democratico, come grimaldello per stanare nel merito la vecchia classe dirigente democrat. “L’avete evocato per vent’anni senza realizzarlo mai”, disse l’allora sindaco di Firenze, “ora con me la musica cambia: le cose si dicono e si fanno”. Appunto. Dopo nove mesi di governo, quel tema è diventato un tabù impronunciabile. Nemmeno si nomina più. Sull’altare delle larghe e piccole intese, si è occultato sistematicamente non un tema fra gli altri, ma la questione irrisolta del nostro Paese.
Un nodo non solo di carattere legalitario, un problema di oscure “tecnicalità” giuridiche, ma il discrimine essenziale per dimostrare davvero, come dice Renzi, “la capacità della politica di riformare se stessa”. Per questo motivo – e il timing non è affatto casuale – noi vogliamo riportare questa discussione al centro dell’agenda politica, e farlo oggi, alla vigilia della seconda lettura alla Camera della riforma costituzionale, cuore di quell’intesa tra Pd e Forza Italia.
La proposta di SEL, che procederà lungo il doppio binario di un disegno di legge ordinario e di un un disegno di legge costituzionale, intende definire in profondità in cosa consiste oggi il conflitto di interessi, anzi, i conflitti di interesse. Nello specifico, accanto alle misure sanzionatorie, il nostro provvedimento prevede misure di prevenzione “a monte” del conflitto: allarga i destinatari della disciplina, oltre ai titolari di cariche di governo, ai parlamentari, alle Authority, ai titolari di cariche di governo regionali e locali, assegnando compiti di vigilanza e controllo all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm).
Il quadro è quello definito dell’articolo 54 della Costituzione, che nella nostra riformulazione andrebbe così riscritto: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, nonché di operare nella esclusiva cura degli interessi pubblici e in assenza di conflitti di interessi, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.
Le parole sono importanti, e quelle scolpite nella nostra Carta lo sono ancora di più, perché segnerebbero una discontinuità radicale con un passato politico fatto di tante parole, zero opere e ​(infinite) ​colpevoli omissioni. Non siamo soli, ci sono molte proposte di legge già in campo, anche dello stesso Pd e del Movimento 5 stelle, ma si può convergere e accelerare su un testo unico. I numeri ci sono, ora come sempre ci vuole la volontà politica. E per quella, mille giorni potrebbero anche non bastare.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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