L’utilità del vivere

(MEDITANDO MONTAIGNE – nell’immagine:  L’ALLEGRO, THOMAS COLE, 1845)

“L’utilità del vivere non è nella durata, è nell’uso che se ne fa: qualcuno ha vissuto a lungo ed ha vissuto poco: badateci finché ci siete. Sta nella vostra volontà, non nel numero degli anni, di aver vissuto abbastanza” (Michel de Montaigne, I, XX).

“L’utilitè du vivre n’est pas en l’espace, elle est en l’usage: tel a vescu long temps, qui a peu vescu; attendez vous y pendant que vous y estes. Il gist en votre volontè, non au nombre des ans, que vous ayez assez vescu” (Michel de Montaigne, I, XX).

Roma, settembre 1992 – A 56 anni suonati, penso che vorrei vivere a lungo finché continuerò ad amare la vita. Meglio se in buona salute, ma anche in compagnia di qualche dolore se questo non mi priverà di una coscienza vigile e di una buona immaginazione. Non vorrei invece restare aggrappato alla vita solo per paura della morte. Quando dovessi odiare la vita, preferisco morire. 

Un tempo mi preoccupavo assai più che oggi dell’ “utilità del vivere”. O di quale “uso” fare della vita. Mi hanno educato a occuparmene fin dall’infanzia e in modo quasi ossessivo. Adesso so che a questa incombenza provvede comunque da solo il mio “super Io” e a me conviene piuttosto badare a che non ecceda. E in età abbastanza avanzata educarmi ad amare e godere la vita, ciò per cui si richiede comunque, insegnano i saggi, qualche forma di ascesi.

“In pace con me stesso”

Mi incoraggiavano sì a vivere “in pace con me stesso”, ma intendevano in pace con la mia “buona coscienza”, in altre parole con il catechismo e l’autorità. Ho dovuto educarmi da solo a star bene con quella parte di me stesso che avevo perseguitato o rimosso. Infanzia, adolescenza e parte della giovinezza le ho passate pensando che la vita doveva ancora arrivare. Decenni di preparazione austera alla vita. Che senso ha? La vita appartiene al presente.

“Godi fanciullo mio”, scriveva Leopardi, ma anche lui in fondo pensava che l’illusione di una vigilia fosse l’unica felicità concessa agli esseri umani. Come se croce e delizia del genere umano potesse essere soltanto l’amore dell’ “infinito”. E perché non amare il finito? Perché non cercare il piacere in ciò che è ora e soltanto ora, cogliendo l'”attimo presente” e lasciando al “presente che verrà” la sua parte di gioia e dolore?

Una stupenda mattina di settembre

Mentre scrivo è una stupenda mattina di settembre. Sono piacevolmente seduto sulla poltrona dello studio, lo stereo è acceso e i miei pensieri affiorano cullati da una musica antica. Perché scrivo? Scrivo perché mi piace scrivere ora, punto e basta. Ma ecco che il mio sguardo è distratto da un piccolo insetto che vola in mezzo alla stanza. Vola silenziosamente in circolo, instancabilmente, senza posarsi. Una mosca? No, non è una mosca. E’ un tarlo.

Lo sguardo corre ora alle gambe del tavolo fratino e mi accorgo che c’è polvere di segatura dappertutto. Tutto il lavoro di disinfestazione che avevo fatto lo scorso anno dovrò farlo di nuovo. Quando? Come? Quanto tempo ho prima che gli altri mobili siano anch’essi infestati? Una piccolissima ansia, piccola e fastidiosa come l’insetto che l’ha provocata, ha già turbato il mio benessere. Potrei provare a convivere coi tarli, ma prima o poi l’istinto mi obbligherebbe a difendere il mio territorio.

Accettare la fragilità del piacere

Perché il piacere non fosse turbato bisognerebbe cancellare il dolore, cancellare la morte. Bisognerebbe che il sistema nervoso, non soltanto la mente razionale, diventasse indifferente a qualsiasi minaccia. Amare realmente la vita vuol dire anche accettare la fragilità del piacere. Se non si può cancellare il dolore, si può sempre fare qualcosa per ridurlo. Per esempio, imparare a distinguere i problemi reali da quelli immaginari, i fastidi veri e inevitabili da quelli che ci procura il nostro complicatissimo modo di vivere.

Per alcuni aspetti il progresso ci rende più liberi, per altri invece moltiplica le dipendenze. Affidando serenità e benessere a meccanismi sempre più complessi, alle cure di specialisti sempre più esigenti e irreperibili. Prima di prendere una decisione bisognerebbe sempre chiedersi se serve a semplificare o a complicare ulteriormente la vita.

E’ vero che le complicazioni salvano dalla noia, che stimolano utilmente l’intelligenza e la fantasia. Ma quando – come sempre più spesso accade – la soluzione non dipende da noi e non si può contare su un’organizzazione sociale efficiente, alle complicazioni segue soltanto la frustrazione. Meglio risparmiare energie per i problemi che inevitabilmente ci propone la sorte. D’altra parte, se è bene evitare tutto ciò che genera ansia non è meno utile saper prevenire la noia.

Una vita avventurosa è più lunga

Quando passo la maggior parte del tempo in azioni ripetitive e automatizzate ho l’impressione di vivere meno, dunque vivo di meno. Al contrario, una vita avventurosa è anche una vita più lunga, e ciò vale per le avventure del corpo come per quelle della mente. Chi è più capace di inventarsi la vita, giorno per giorno, vive di più rispetto a chi segue un’avvilente “routine”.

Odio la guerra, ho un sacrosanto terrore delle catastrofi, ma è difficile negare che l’esperienza vissuta in queste terribili circostanze possa arricchire di senso un’intera esistenza. Lionello e Augusto, due vecchi contadini che incontro la sera “a veglia” nella mia casa di campagna, non avrebbero altro da raccontare che una vita di fatiche nei campi se non ci fosse stata la “naja” a far loro conoscere il mondo. La guerra, la prigionia, non parlano d’altro, come se soltanto in quegli anni il destino avesse illuminato un’esistenza altrimenti banale. Un destino crudele, quello dei poveri, di potersi vantare soltanto delle disgrazie.

Associare immagini e idee

Si può essere ricchi e istruiti e condurre una vita da larve, ma certo la cultura non è indifferente. Chi è in grado di sviluppare e approfondire le proprie esperienze vive di più rispetto a chi non va mai oltre la superficie. Per questo però occorre un’intelligenza paziente. E nella cella di un monastero o di una prigione c’è chi ha saputo crearsi un’esistenza più intensa e varia di quella di molti che girano il mondo senza vederlo.

La varietà degli oggetti intorno a noi conta meno della sapiente arte di leggerli, cogliendone tutti gli aspetti e le dimensioni. C’è chi ha avuto una vita appassionante concentrandosi su un solo autore, un solo libro, una sola opera d’arte. Infine, vive di più chi ha maggiori capacità e possibilità di associare immagini e idee. A che altro serve, in definitiva, la nostra cultura?

Settembre 1992

La vita eterna

Non darò la mia vita per un altro,
anche l'altro comunque morirà,
ma darò la mia vita per la vita,
che dalla morte dovunque risorge
su questa terra come fra le stelle
fino ai confini dello spazio-tempo.

27 febbraio 2021

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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