L’U.E. e lo “Stato di Palestina”

Paesi che riconoscono la PalestinaSono più di 130 gli Stati del mondo che hanno già riconosciuto lo Stato palestinese. Rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione mondiale e quasi integralmente i continenti africano, asiatico e sudamericano. Non gli Stati Uniti né l’Europa. Non è difficile vedervi rispecchiata perfettamente la divisione tra paesi ricchi e paesi poveri. Il primo e unico paese europeo a rompere il fronte dei primi è stata la Svezia, che ha già annunciato la propria intenzione di procedere unilateralmente in tal senso. La posizione dell’Italia è sempre stata piuttosto vaga, pur avendo votato due anni fa l’ammissione della Palestina come Stato osservatore nelle Nazioni Unite. Al question time della Camera, il ministro degli esteri Gentiloni ha ribadito recentemente che “L’obiettivo del riconoscimento dello Stato palestinese è sul tavolo, ma a nostro avviso deve intervenire nel momento in cui sarà più utile ai fini del rilancio del negoziato”. L’articolo che segue è tratto da uno speciale sul tema in questione pubblicato dal sito dell’Istituto Affari internazionali (nandocan).
***di Lorenzo Kamel, 10 dicembre 2014* – “Il riconoscimento unilaterale di uno Stato palestinese non ci permetterà di fare passi in avanti”, ha chiarito lo scorso 19 novembre Angela Merkel.Le parole del cancelliere tedesco fanno eco a una opinione diffusa, secondo la quale riconoscendo lo “Stato di Palestina” – ammesso all’Onu nel novembre 2012 grazie al voto favorevole di 138 membri dell’Assemblea generale – si rischia di rafforzare “l’unilateralismo palestinese”.Stigmatizzare come “unilaterale” il tentativo di interpellare un’organizzazione mondiale, al fine di far prevalere il consenso internazionale, può apparire come un ossimoro. A maggior ragione se si considera che il 14 maggio 1948 David Ben-Gurion proclamò unilateralmente la fondazione dello Stato d’Israele, forte di una risoluzione appoggiata da 33 dei 56 paesi che componevano l’allora Assemblea generale.I vincoli di Oslo
Da più parti è stato fatto presente che la scelta di appellarsi a organismi internazionali rappresenta una violazione degli Accordi di Oslo (1993): Israele e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) non chiarirono in maniera definitiva la questione della sovranità dei territori palestinesi.Gli Accordi di Oslo prevedevano un periodo di interim di cinque anni (Art. 1), che fu caratterizzato dalla costruzione di un numero esponenziale di insediamenti, dal terrorismo palestinese e dalle operazioni militari israeliane.Sebbene sia corretto sostenere che gli Accordi stipularono che “nessuna delle due parti deve iniziare o adottare qualsiasi disposizione volta a cambiare lo status della Cisgiordania e della Striscia di Gaza” (Art. 31), è altresì necessario notare che ad ogni tornata di negoziati le autorità israeliane esigono che le parti in causa tengano conto della mutata realtà demografica.

Gli ingenti incentivi accordati dal governo Netanyahu agli insediamenti non possono essere considerati come un’involontaria conseguenza delle politiche adottate nella regione. Essi mirano a condizionare lo status presente e futuro dell’area.

Il significato dell’internazionalizzazione del conflitto
Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, volta a porre dei limiti temporali all’attuale status quo, avrebbe effetti limitati. Verrebbe approvata sulla base del capitolo VI della Carta dell’Onu: solo le risoluzioni sotto l’ombrello del capitolo VII della Carta forniscono al Consiglio di Sicurezza l’autorità di comminare sanzioni e contemplano l’eventuale uso della forza.

Anche il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell’Unione europea (Ue) e/o degli stati membri – l’Italia, a differenza di altri paesi dell’Ue, non ha effettuato un atto formale di riconoscimento, ma si è espressa in favore della risoluzione votata dall’Assemblea generale Onu nel novembre 2012 – non porterebbe cambiamenti immediati.

L’occupazione della Cisgiordania garantisce allo Stato di Israele dei benefici in termini di sicurezza. Ciò che accade al di là della “Linea Verde” va tuttavia al di là di questo aspetto. Ad esempio, circa il 93 percento della pietra e delle risorse minerarie estratte (da ditte israeliane) nei territori palestinesi viene trasportato e utilizzato in Israele: immaginare che azioni poco più che simboliche possano scalfire una simile situazione sarebbe utopico.

Eppure non si può negare che questo sia un conflitto che si è da sempre alimentato anche e soprattutto di simboli. Un nuovo intervento del Consiglio di Sicurezza e/o il riconoscimento dello Stato palestinese da parte dell’Ue invierebbero un preciso segnale volto a denunciare l’attuale “anomalia storica”.

A differenza dei curdi, dei baschi, dei tibetani e di altri popoli soggetti all’autorità di paesi esterni, i palestinesi sono sprovvisti tanto di uno stato quanto di una cittadinanza. Le “potenze occupanti” presenti nei contesti citati mantengono sì i benefici connessi alle loro “occupazioni”, ma si sono assunte delle responsabilità nei riguardi delle popolazioni assoggettate….

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* da”Affari internazionali”. Lorenzo Kamel è postdoctoral fellow 2014/15 al Center for Middle Eastern Studies dell’Università di Harvard. Il suo ultimo libro, ‘Imperial Perceptions of Palestine’, è in stampa con I.B. Tauris.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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