Lo storico processo in Vaticano al cardinale giudicato da laici

da Remocontro, 29 luglio 2021

È iniziato martedì, in Vaticano, un processo che non ha precedenti storici: a giudizio il cardinale Angelo Becciu, ex Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato. Per la prima volta un cardinale sarà giudicato da laici, nel procedimento sul più grosso scandalo finanziario recente del Vaticano. Mai prima d’ora, in epoca moderna, un cardinale era comparso in un processo se non davanti a suoi pari, e cioè ad altri cardinali

Speculazioni immobiliari con truffa

Becciu è accusato di peculato, abuso d’ufficio e subornazione, cioè l’offerta di denaro a un testimone per manipolarne la deposizione. Al centro del processo l’acquisto di un palazzo, ex grandi magazzini Harrods, in Sloane Avenue, a Londra, pagato molto di più del suo effettivo valore. Questo e altri investimenti sospetti che, secondo l’accusa, sarebbero stati effettuati o coperti da Becciu utilizzando soldi provenienti dall’Obolo di San Pietro, il fondo fatto di piccole e grandi donazioni che i fedeli affidano al Papa (in realtà alla Segreteria di Stato vaticana) per opere di carità.
Con Becciu sono a processo altre nove persone, personale ecclesiastico e laico della Segreteria di Stato e dirigenti della Autorità di Informazione finanziaria (l’antiriciclaggio vaticana), oltre a personaggi del mondo della finanza internazionale.

Motu Proprio di Papa Francesco

Era stato Papa Francesco il 30 aprile, a stabilire che anche cardinali e vescovi possano essere processati dal tribunale ordinario, composto da giudici laici, con l’assenso del Papa. Prima venivano giudicati solo da una giuria composta da altri cardinali. La sintesi delle accuse da parte della sala stampa vaticana: «Le attività istruttorie, svolte anche in numerosi paesi stranieri (Emirati Arabi Uniti, Gran Bretagna, Jersey, Lussemburgo Slovenia, Svizzera), hanno consentito di portare alla luce una vasta rete di relazioni con operatori dei mercati finanziari che hanno generato consistenti perdite per le finanze vaticane, avendo attinto anche alle risorse, destinate alle opere di carità personale del Santo Padre».
«L’iniziativa giudiziaria è direttamente collegabile alle indicazioni e alle riforme di Sua Santità Papa Francesco, nell’opera di trasparenza e risanamento delle finanze vaticane».

L’Obolo di San Pietro

Un’indagine che i magistrati vaticani sulla destinazione effettiva dei fondi dell’Obolo di san Pietro, che viene raccolto in tutte le chiese il 29 giugno, giorno di San Pietro e Paolo. Una somma che negli ultimi anni è costantemente diminuita fino ad arrivare a circa 45 milioni di euro. Gli uomini della finanza vaticana investono dove pensano logicamente di poter trarre maggior guadagno. I soldi, frutto di quegli investimenti speculativi, assieme a quelli dell’investimento iniziale, servono sì a opere di carità decise direttamente dal Papa. Ma soprattutto, per la maggior parte, vanno a ripianare il deficit delle finanze vaticane e a mantenere la mastodontica macchina della Chiesa universale, dagli uffici dei cardinali alle nunziature in ogni parte del mondo, fino ai vari dicasteri.
Dietro alcune operazioni di investimento la magistratura vaticana aveva iniziato a intravvedere possibi reati gravi come truffa e corruzione.

Operazioni ad alto rischio e peggio

L’operazione su cui i magistrati del Vaticano hanno posto maggiore attenzione è l’investimento nel fondo Athena Capital Global Opportunities Fund del finanziere Raffaele Mincione. La società finanziaria, oltre ad acquistare l’edificio, utilizzò il denaro per operazioni ad alto rischio, tra cui tentativi di scalate a istituti bancari come la Banca Carige (La cassa di risparmio di Genova). Fu a quel punto che la Segreteria di Stato decise di uscire dall’investimento ed entrare in possesso dell’immobile. Per farlo si affidò a un altro finanziere, Gianluigi Torzi, che però con una serie di operazioni riuscì a sottrarre al Vaticano il controllo del palazzo di Sloane Avenue.

Il gatto e la volpe attorno a Pinocchio

I pubblici ministeri che formulano l’accusa nel processo a Becciu e agli altri nove imputati individuano in Enrico Crasso, banchiere vaticano, e Fabrizio Tirabassi, commercialista che aveva acceso alle casse del Papa, le figure che, ottenendo provvigioni, avevano introdotto Torzi e Mincione (entrambi imputati nel processo) negli ambienti vaticani. Per restituire la piena disponibilità del palazzo al Vaticano, secondo l’accusa, Torzi volle una sorta di buonuscita di 15 milioni di euro: è accusato infatti di estorsione.
Stando alle ricostruzioni delle indagini, in tutta l’operazione di Sloane Avenue il Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, sarebbe stato all’oscuro: mentre secondo i pubblici ministeri era ben informato Becciu.

La nuova magistratura laica vaticana

I tre pubblici ministeri vaticani, Gian Piero Milano, Alessandro Diddi e Gianluca Perone, conducono l’accusa. Giuseppe Pignatone, ex procuratore della Repubblica di Roma, è il presidente del tribunale chiamato a giudicare Becciu e gli altri nove imputati. La Segreteria di Stato vaticana si è costituita parte civile ed è rappresentata dall’ex ministro della Giustizia del governo Monti, l’avvocata Paola Severino.

La cronaca dall’interno

Maria Antonietta Calabrò dal Vaticano sull’HuffPost. «9.17 nell’Aula nuova del Tribunale vaticano il cardinale Angelo Becciu, arriva silenzioso e si siede all’ultimo “banco” insieme ai suoi avvocato. È sereno, ma evidentemente provato da quanto è successo quasi un anno fa a settembre dell’anno scorso, quando il Papa gli ha tolto i diritti connessi alla porpora cardinalizia, primo tra tutti quello di entrare in Conclave».
Alla fine, Becciu dichiara ai giornalisti che è presente in Aula in quanto “obbediente al Papa che mi ha rinviato a giudizio”. Oltre alla sua certezza di veder riconosciuta la sua innocenza. «Ma al tempo steso annuncia querela contro i suoi due grandi accusatori: il suo ex braccio destro, il monsignore Alberto Perlasca, per decenni a capo della sezione amministrativa della segreteria di Stato (di cui Becciu era il numero due) e Francesca Immacolata Chaouqui, “la papessa” che è stata condannata alla fine del processo Vatileaks2 per la rivelazione di segreti d’ufficio, quando venne arrestata».

La ‘papessa’, la spia Aise e il segreto Nato

Istanze contrapposte tra accusa e difesa, processo che riprenderà dopo la pausa estiva per consentire alle parti tutti gli accertamenti necessari. Ma intento cresce il folklore spionistico reale o costruito attorno a tutta la vicenda. Oltre alla figura equivoca di Francesca Immacolata Chaouqui, coinvolta nello scandalo Vatileaks2, il Tribunale dovrà esaminare anche la richiesta di Cecilia Marogna di vedere la sua posizione stralciata e sospesa in attesa che venga liberata dal segreto di Stato (italiano, dopo istanza al DIS e all’AISE). E il suo avvocato, ha parlato addirittura di ‘segreto Nato’. I segreti sugli armamenti delle guardie svizzere?

Forse anche un spiegazione governativa italiana su una presenza spionistica in Vaticano, se ufficiale o meno, potrebbe essere opportuna.

Articoli recenti:

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: