L’inutile rappresaglia

di Gilberto Squizzato, 29 agosto 2021

Dopo la strage all’aeroporto di Kabul Biden ha pianto in diretta e promesso vendetta. Così il drone è partito da una base collocata in un indeterminato paese mediorientale e ha eliminato con precisione digitale e senza effetti collaterali (forse) due delle presunte menti dell’attentato di ISIS-K.

Verrebbe subito da chiedersi: come hanno fatto i comandi USA a sapere che gli ideatori erano proprio lì, in quel preciso punto vicino a Kandahar? Chi gliel’ha detto? Non certo agenti americani dell’intelligence USA, che in tempi come questi sarebbero subito identificati e magari sgozzati sul posto. Chi allora? Gli stessi talebani, che dunque sapevano dell’imminente attentato?

Se ci sono voluti 10 anni per scoprire il nascondiglio di Bin Laden, com’è stato possibile in 24 ore scoprire la base degli autori della strage? O si è trattato forse di un’azione spettacolare da smerciare sul mercato mediatico globale per provare a sedare il malcontento interno USA e a riscattare la grama figura americana davanti agli occhi del mondo che assiste in diretta da 10 giorni alla fuga del più potente esercito del mondo?

Supponenza dell’Occidente e credulità del pubblico mediatico

Dove sta la patetica illusione di questa inutile rappresaglia? Forse nel credere a quella spiata che poteva arrivare prima e non dopo l’attentato? Nella credulità del pubblico mediatico pronto a bersi questa trovata estemporanea della propaganda del Pentagono? Credo ci sia dell’altro. Proviamo a chiederci: che vendetta puó essere quella su nemici che non solo non temono di morire, ma addirittura compiono attentati suicidi?

Non si cade nel ridicolo con questo tipo di punizioni che vorrebbero essere esemplari ma servono solo a chi le mette in atto per illudersi di mostrare la propria chirurgica capacità di reazione? E che beneficio si puó trarre da una rappresaglia su un agglomerato compatto di combattenti (per noi fanatici, non per loro) che appena cade un capo sono pronti a sceglierne subito un altro, ancora più determinati a spendere ogni energia per replicare la spirale di in conflitto fra nemici inconciliabili?

Dov’é dunque l’errore patetico di questa strategia? Sta nel paradigma di pensiero (americano e occidentale) di credere che tutto il resto del mondo pensi (debba necessariamente pensare!) come noi, considerando non solo la democrazia come un’aspirazione universale ma la stessa vita individuale come un valore ovunque supremo e irrinunciabile per il soggetto umano. Un errore di prospettiva che si spiega solo con la supponenza del pensiero occidentale, incapace di concepire l’idea che in altri luoghi, in altre culture e religioni, la vita dell’individuo non sia valore assoluto e prioritario.

In altre società questa vita non è tutto

Se si fosse studiato con qualche attenzione per esempio, il paradosso dei kamikaze giapponesi si sarebbe preso atto del fatto che esistono società-alveare in cui lo scopo finale é la sopravvivenza dell individuo regale (l’ ape regina, la termite regina, l imperatore, ecc) a discapito di ogni altro individuo (a cominciare dalle api combattenti che portano nel proprio DNA la programmazione alla morte). Oppure la società secolarizzata occidentale avrebbe dovuto ricordare che in altre società (da noi sbrigativamente definite integraliste) questa vita non é tutto, perché il pensiero dominante é quello metafisico-religioso, che proietta nell al di là la felicità del premio riservato ai veri credenti.

È davvero stupefacente che proprio la cultura politica laica e realista dell’Occidente, creatrice dell’indagine antropologica e della criminologia scientifica, non abbia ancora imparato a provare a capire come pensa l’avversario (per esempio la Cina) o il nemico (integralismo islamico, ISIS, tribalismo libico, ecc) prima di elaborare una strategia di intervento. La sconcertante debolezza USA e Nato non é certo militare ma culturale perché applica all avversario i nostri schemi di pensiero e le nostre scale valoriali. Perché al mondo esistono anche uomini e donne che pensano, sentono, vivono seguendo schemi di pensiero opposti ai nostri.

“La pagherete!“ promette Biden, “vi ammazzeremo!“ E i militanti dell’ISIS-K gli ridono in faccia: “E che ci importa di morire?! Siete voi che aborrite la morte. Per questo porteremo di nuovo in casa vostra i nostri attentati suicidi”. Alla fine la potenza militare deve ripiegare mestamente sui propri baldanzosi passi trionfanti: come già aveva inutilmente dimostrato la disfatta vietnamita ad opera di patrioti comunisti disposti a sacrificare la propria vita per la futura società egualitaria socialista.

Valori occidentali da difendere ma non per via militare

Questa realistica evidenza delle profonde diversità culturali che persistono in un mondo solo superficialmente globalizzato dalle tecnologie e dal mercato planetario significa forse per noi che diritti e libertà civili occidentali, quelli dell’ Illuminismo, per intenderci, non vadano difesi e, per così dire, fomentati in quei paesi dove non costituiscono i fondamenti della struttura sociale? No, essi vanno il più possibile sostenuti e promossi, ma non per via militare, perché questa é una strategia inconcludente e illusoria, oltre che costosa e infinitamente cruente.

Credo si debba aver fiducia invece nella possibilità che l’osmosi culturale sia più efficace e duratura dell’imposizione armata. La presenza di Emergency e delle ONG in Afghanistan non avrà certo prodotto un radicale cambio di mentalità in quel martoriato paese, ma ha sicuramente mostrato che esiste un altro Occidente e seminato germi che daranno buon frutto. Ma soprattutto sono convinto che l’accoglienza e l’inserimento dei flussi migratori siano – con buona pace di Salvini – lo strumento migliore per persuadere della bontà dei nostri valori, nella consapevolezza che saranno gli immigrati a persuadere i loro fratelli e sorelle rimasti in patria che le nostre leggi sono migliori della Sharìa e che il rinascimento dell’autoderminazione feminile é migliore del dominio patriarcale.

L’osmosi culturale più efficace dell’imposizione armata

Non sono forse tragici fatti di cronaca come l’uccisione di giovani donne “ribelli” all’oppressione familiare e maschile a dire che questa osmosi culturale é già in atto? E proprio questi (rarissimi) orrendi crimini ci impongono l’obbligo civile e morale di non ammettere alcuna tolleranza per chi si illude di poter importare da noi modelli di relazione (come la sopraffazione maschile sulla donna) incompatibili con i diritti fondativi delle Costituzioni democratiche e illuministe.

Dagli immigrati italiani negli USA non é forse ritornato alla nostra Italia fascista il fascino del “sogno americano” di una società aperta e liberale? La Germania Ovest non esercitó per quarant’anni un attrazione fatale sulla Germania della DDR finché alla fine non cadde il muro di Berlino? Perché la fascinazione delle libertà democratiche e la parità uomo donna non dovrebbero fluire col tempo, per osmosi culturale, da un’Europa che ha assoluto bisogno degli immigrati ai paesi d’origine dei giovani italiani figli dell immigrazione ai quali è urgente rinoscere la cittadinanza proprio per affermare e difendere i nostri valori?

Perché non dobbiamo aver fiducia nella possibilità che il “sogno italiano, europeo, occidentale” possa emigrare pacificamente in altri paesi invece di credere che la democrazia si possa esportare con le armi? Gran parte delle “primavere arabe” sono per ora fallite, anche nel sangue. Ma quanti decenni, se non secoli, sono stati necessari perché i diritti dell’uomo e della donna della rivoluzione illuminista si affermassero in Europa, fomentati dall’esempio della lontana rivoluzione americana e dall irradiazione dei valori democratici di quella francese?

Credo che saranno soprattutto loro, le giovani donne immigrate, a cambiare la condizione delle loro sorelle rimaste nei paesi d’origine sotto il dominio atavico dei maschi padroni. C’é poco da rallegrarsi delle inutili rappresaglie dei droni occidentali. Ringraziamo piuttosto le donne italiane (e non solo) che accogliendo con amicizia le donne immigrate le fanno sentire a casa loro in un paese dove diritti e libertà sono condizioni di vita, anche se solo in parte già realizzate.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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