L’inflazione sulla scia del virus a minacciare il futuro

da Remocontro, 21 gennaio 2022

Le ondate della pandemia hanno causato una prolungata alterazione dei mercati e alla fine è spuntata un’inflazione d’altri tempi. Il crollo dei Pil e le recessioni a catena seguiti da “rimbalzi” nella crescita che, con un effetto “jo-jo”, presente quel dischetto fatto andare su e giù appeso a un filo? L’economia come l’andamento altalenante del contagio.
L’Italia campione per l’Economist e la super crescita lodata dal Von der Leyen. Tutti contenti, ma anche tutti sicuri? Dubbi e analisi.

Pandemia ed economia non solo rima

La pandemia ha avuto effetti collaterali devastanti sulla nostra quotidianità. Ha cambiato stili di vita, mentalità e aspettative. Già, aspettative. Una componente fondamentale dell’economia contemporanea. I diversi settori produttivi distributivi, la finanza, i programmi d’investimento di lungo periodo hanno sofferto il consolidarsi di una congiuntura sempre più negativa. Il crollo dei Pil e le recessioni a catena, sono stati seguiti da “rimbalzi” nella crescita che, con un effetto “jo-jo”, hanno rispecchiato l’andamento altalenante del contagio. In definitiva, è stato impossibile elaborare un modello da seguire per fare uscire il pianeta dalla crisi.

Ognuno per se, ma come e quanto?

Ognuno si è mosso a modo suo. Non tanto per il ‘come’, con lo Stato tornato regista dell’economia dappertutto, ma piuttosto per il “quanto” (il livello delle risorse ‘a debito’ da impiegare). E anche, non meno importante, per il “fino a quando”. Stiamo ponendo una domanda basilare per qualsiasi sistema-Paese: non rischiamo di trasformare l’eccezionalità nella normalità? Beh, la risposta è no. Perché quello che ignora (o fa finta di ignorare) la politica, lo rimettono subito e impietosamente a posto i numeri. La nostra idea è che si stia cantando troppo presto vittoria, a tutte le latitudini, per una ripresa che ancora zoppica vistosamente. Anzi, arranca.

L’economia boom, salvo inflazione

L’aumento dei Pil, che in tempi normali sarebbe da boom cinese, attualmente è drogato dalle cadute verticali subite nel 2020. Un’analisi più razionale ed equilibrata deve tenere conto degli indicatori espressi dai vari sistemi economici nel 2019. La vera crescita va parametrata su quei dati. Il resto è fumo. D’altro canto, e questo è il vero spettro che si aggira per i mercati in questa fase, la ‘ripresina’ si sta tirando appresso un’inflazione che non si vedeva da quarant’anni. Almeno in alcuni Paesi, onusti di allori e di gloria capitalistica. Gli Stati Uniti sono già quasi al 6,5% e, di questo passo, Joe Biden finirà per giocarsi le elezioni di Medio termine.

Economia Usa e tutt’attorno

Biden è riuscito per un pelo a fare alzare il tetto del debito federale, evitando il fallimento dello Stato. Ma dovrà spendere trilioni di dollari per i programmi sulle infrastrutture e sul welfare. Insomma, il futuro per la classe medio-bassa americana non sembra dei più rosei. Anche in Germania le campane suonano a morto. Traumatizzati dall’inflazione di Weimar (1 kg di pane costava 400 miliardi di marchi), i tedeschi si erano modellati la Banca centrale europea come una dependance della Bundesbank. Poi è arrivato Mario Draghi e ha riscritto la storia.

Se la locomotiva Germania frena

Ora a Berlino devono fare i conti con un’inflazione al 6,3% e con un Pil asfittico, che quest’anno crescerà di un “misero” 2,7%.Tra le altre cose, il nuovo governo Scholz ha il semaforo “Verde” sempre aperto. Gli ambientalisti hanno già fatto sapere di non volere il gas di Putin, perché il Nord Stream 2 non rispetta le direttive di Bruxelles. Un mezzo suicidio. Anche se pensiamo che, alla fine, i socialdemocratici firmeranno con Vladimir Vladimirovic. Sempre meglio che avere un’inflazione a due cifre.

Regno Unito con o senza Boris

Oltremanica il dibattito sul prepotente arrivo dell’ondata inflazionistica è stato precoce. Il nuovo capo economista della Banca d’Inghilterra, Huw Pill, già a settembre ha diffuso numeri che poi i fatti hanno confermato in pieno. Ha detto che prima della fine dell’anno, l’aumento dei prezzi si sarebbe attestato ben oltre la soglia del 5%. Cosa che poi è puntualmente avvenuta. Gli esperti dicono che, globalmente, un rinfocolarsi dell’inflazione era atteso, ma non sulla scala che sta assumendo a livello globale.

Corto circuito economico

Ma cosa si è verificato veramente? In pratica, si è trattato di un ‘corto circuito’ economico che ha colpito flussi finanziari, produttivi e commerciali. Una sorta di ridondanza amplificata dal Covid. I lockdown, il crollo della domanda, le turbolenze sul mercato del lavoro, la crisi asimmetrica che ha colpito in maniera differenziata i vari settori dell’economia, hanno determinato reazioni diverse. In alcuni mesi è saltato un equilibrio che si era stratificato in decenni. Sconvolto il mercato delle materie prime e quello dei semilavorati ad alto valore aggiunto, a partire dei microchip.

Scossoni del prezzo dell’energia

Decisivi i violenti scossoni dei prezzi dell’energia. In primis il gas. Aumentato il costo di ciò che potremmo definire “rischio sistemico”, a cominciare dai trasporti. Più in generale, le tensioni, come in una catena di Sant’Antonio, si sono comunque scaricate (e vanno tuttora scaricandosi) sugli utilizzatori finali, cioè i consumatori. Il problema vero è che i rimbalzi del Pil se li sta mangiando l’inflazione. Ignorare questo fenomeno e puntare troppo sulla spesa, per uscire dalla crisi, significa andare incontro a una ‘sindrome turca’.

‘Sindrome turca’

Ad Ankara, Recip Tayyip Erdogan ha costretto la sua Banca centrale ad abbassare i tassi di interesse per accelerare la ripresa. Dopo un giorno, sono crollate la Borsa è la lira. Il Pil turco viaggia intorno all’8%, ma l’inflazione ha superato abbondantemente il 21%. Una classica situazione di ‘crescita senza sviluppo’, dove i numeri dipingono un quadro molto complesso e non certo incoraggiante. Qualche analista, mesi fa, vedeva addirittura pericoli di stagflazione. Certo, la cronicizzazione della pandemia pone interrogativi inquietanti. Ci vorrà del tempo, perché l’economia torni quella di prima.

***(commento di nandocan: l’interrogativo più inquietante è proprio che l’economia torni quella di prima, a cui si deve molto probabilmente la situazione attuale. Meglio non perdere l’occasione di cambiare questo modello di produzione e sviluppo.)

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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