‘L’impotenza brutale degli Stati Uniti’, denuncia la scrittrice indiana

di Arundhati Roy, da Remocontro, 6 ottobre 2021

La foto di un hangar dell’aeroporto di Kabul dopo la partenza delle truppe statunitensi, il 31 agosto 2021, già spiega molto. Poi la scrittrice indiana Arundhati Roy su Internazionale, lei che è anche un’attivista politica impegnata nel campo dei diritti umani, dell’ambiente e dei movimenti anti-globalizzazione. Primo romanzo premonitore, ‘The God of Small Things’, Il dio delle piccole cose. Memoria di piccole cose trascurate per capire sino in fondo il grande inciampo americano.

Prima di tutto la memoria 

«Nel febbraio 1989 l’ultimo carro armato sovietico se ne andò dall’Afghanistan dopo che il suo esercito era stato sconfitto in una guerra quasi decennale da una coalizione di mujahidin (addestrati, armati, finanziati e indottrinati dai servizi segreti statunitensi e pachistani). A novembre di quell’anno il muro di Berlino crollò e l’Unione Sovietica cominciò a sgretolarsi. Quando finì la guerra fredda, gli Stati Uniti presero le redini dell’ordine mondiale. In un batter d’occhio l’islam radicale sostituì il comunismo come la più imminente minaccia alla pace mondiale».

Dopo gli attacchi dell’11 settembre, il mondo politico come lo conoscevamo è ruotato sul suo asse, e il perno di quell’asse sembrava trovarsi da qualche parte nelle montagne dell’Afghanistan.

Declino Usa ascesa cinese

«Per l’Europa, e in particolare per il Regno Unito, la potenza economica e militare di Washington ha fornito una sorta di continuità culturale, mantenendo di fatto lo status quo. Un nuovo, spietato potere in attesa dietro le quinte per prendere il loro posto dev’essere fonte di profonda preoccupazione. In altre parti del mondo, dove lo status quo ha portato sofferenze indicibili, le notizie dall’Afghanistan sono state accolte con meno timore».

Dal mondo non Americanocentrico

«Il giorno in cui i taliban sono entrati a Kabul ero sulle montagne di Tosa Maidan, un pascolo sulle alture del Kashmir che l’esercito e l’aviazione indiana hanno usato per decenni per esercitarsi con l’artiglieria e i bombardamenti aerei. Da lì potevamo guardare la valle sotto di noi, costellata di cimiteri dove sono sepolti decine di migliaia di musulmani kashmiri morti nella lotta dello stato per l’autodeterminazione».

Parliamo ad esempio di India

«In India il Bharatiya janata party (Bjp), un partito nazionalista indù, è salito al potere sfruttando l’ostilità internazionale nei confronti dell’islam dopo l’11 settembre. Il Bjp si considera un fedele alleato degli Stati Uniti. L’establishment della sicurezza indiana è consapevole che la vittoria dei taliban segna un cambiamento strutturale nella politica del subcontinente, che coinvolge tre potenze nucleari – India, Pakistan e Cina – e che ha nel Kashmir il suo punto critico».

I taliban tra India e Pakistan

«L’India vede l’affermazione dei taliban come una vittoria del suo nemico mortale, il Pakistan, che ha sostenuto segretamente il movimento islamista nella sua battaglia ventennale contro l’occupazione statunitense. I 175 milioni di musulmani dell’India continentale, già brutalizzati, ghettizzati, stigmatizzati come “pachistani” – e ora, sempre più spesso, come “taliban”– sono ancora più a rischio di discriminazione e persecuzione».

I musulmani indiani perseguitati

«In questi anni la maggior parte dei mezzi d’informazione indiani, asserviti in maniera imbarazzante al Bjp, ha definito i taliban un gruppo terroristico. Molti abitanti del Kashmir, che hanno vissuto per decenni con i cannoni indiani puntati addosso, hanno letto le notizie in modo diverso, con speranza, perché erano alla ricerca di spiragli di luce».

L’Islam contro la superpotenza

«I dettagli e le conseguenze di quello che stava succedendo non erano ancora chiari. Ma alcune delle persone con cui ho parlato vedevano quegli avvenimenti come la vittoria dell’islam contro l’esercito più potente del mondo. Altri come un segno che nessun potere può fermare una sincera lotta per la libertà. Credevano fermamente che i taliban fossero totalmente cambiati e avessero abbandonato i loro metodi barbari».

L’illusione dei Taliban cambiati

«L’ironia della cosa è che queste conversazioni si svolgevano nel 2020, mentre eravamo seduti su un prato pieno di crateri provocati dalle bombe. In India si festeggiava il Giorno dell’indipendenza e il Kashmir era stato militarizzato per evitare proteste. Su quel confine gli eserciti di India e Pakistan erano impegnati in un faccia a faccia carico di tensione».

Sull’altro, nella vicina regione del Ladakh, l’esercito cinese aveva attraversato la linea di frontiera ed era accampato in territorio indiano. L’Afghanistan sembrava molto vicino.

Usa e la pace garantita dalla geografia

Per secoli gli Stati Uniti hanno avuto la possibilità di ritirarsi nella pace garantita dalla loro geografia. Ma ora sono in allarme. Nelle loro numerose spedizioni militari gli Stati Uniti hanno distrutto un paese dopo l’altro. Hanno scatenato milizie, ucciso milioni di persone, rovesciato democrazie e appoggiato tiranni e occupazioni militari. Hanno dispiegato una versione aggiornata della retorica coloniale britannica, secondo la quale starebbero prendendo parte a una missione civilizzatrice. Così è stato con il Vietnam. E così con l’Afghanistan».

Storia recente

«I sovietici, i mujahidin sostenuti da Stati Uniti e Pakistan, i taliban, i jihadisti dell’Alleanza del nord, i signori della guerra e le forze armate degli Stati Uniti e della Nato hanno fatto bollire le ossa del popolo afgano in un brodo di sangue. Tutti hanno commesso crimini contro l’umanità e hanno contribuito a creare il terreno fertile per terroristi come Al Qaeda, il gruppo Stato islamico e i loro affiliati».

Le intenzioni onorevoli

«Se “intenzioni” onorevoli come l’emancipazione delle donne vanno considerati fattori attenuanti nelle invasioni militari, allora certamente sia i sovietici sia gli statunitensi possono dire di aver elevato, educato e dato potere a una piccola frazione di donne afgane, prima di ricacciarle in un calderone ribollente di misoginia medievale. Ma né la democrazia né il femminismo possono essere lanciati dal cielo come bombe. Le donne afgane continueranno a combattere per la loro libertà a modo loro».

Fine dell’egemonia Usa?

«L’Afghanistan sarà all’altezza della sua reputazione di cimitero degli imperi? Forse no. Nonostante lo spettacolo dell’orrore all’aeroporto di Kabul, per gli Stati Uniti il ritiro potrebbe non essere un colpo duro come si fa credere. Gran parte dei miliardi di dollari spesi in Afghanistan sono poi tornati all’industria bellica statunitense, che include produttori di armi, mercenari, società di logistica e infrastrutture e organizzazioni senza fine di lucro».

Le guerre pagate in vite altrui

«La maggior parte delle vite perse durante l’invasione e l’occupazione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti (stimate a circa 170mila dai ricercatori della Brown university statunitense) erano di afgani che, agli occhi degli invasori, contano poco. E se si escludono le lacrime di coccodrillo, anche i 2.400 soldati americani uccisi non contano molto».

I taliban hanno umiliato gli Stati Uniti

«Con le economie devastate dai lockdown e dal covid-19, e con la tecnologia, la gigantesca raccolta di dati e l’intelligenza artificiale che rendono possibile un nuovo tipo di guerra, mantenere il controllo di un territorio è meno necessario che in passato. Perché non lasciare che siano Russia, Cina, Pakistan e Iran a impantanarsi in Afghanistan – dove ci sarà il collasso economico e un’altra guerra civile – mantenendo le forze statunitensi pronte per un possibile conflitto con la Cina per Taiwan?».

Se anche la geografia si ribella

«Per secoli gli Stati Uniti hanno avuto la possibilità di ritirarsi nella pace garantita dalla loro geografia. Tanta terra e acqua dolce, nessun vicino ostile, oceani su entrambi i lati. E ora anche un sacco di petrolio grazie al fracking. Ma la geografia statunitense è in allarme. La sua abbondanza naturale non può più sostenere l’American way of life. Né la guerra.

Gli oceani si stanno alzando, le coste sono insicure, le foreste bruciano, le fiamme lambiscono i bordi della civiltà stanziale e diffondendosi divorano intere città. La siccità dilaga. Uragani e inondazioni devastano le città».

Il saccheggio del pianeta

Se gli imperi e i loro avamposti hanno bisogno di saccheggiare il pianeta per mantenere la loro egemonia, non importa se il saccheggio è opera del capitale statunitense, europeo, cinese o indiano. Non è di questo che dovremmo parlare. Mentre noi siamo impegnati a parlare, la Terra muore.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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