L’importanza della sconfitta

Antonio Cipriani su Remocontro, 16 gennaio 2022

Le sconfitte sono importanti, servono per puntellare la vita, per non scivolare via nel viavai frenetico delle cose che accadono senza che ce ne sia bisogno, indotte dal flusso, per sentito dire, nella monotonia scintillante delle mille attività che somigliano alla realtà attiva e invece la piegano a un infinito ripetersi di gesti e pensieri senza alcun senso.

La sconfitta mette il punto. Un punto a fronte dell’idea che ci sia sempre un compromesso possibile, una scorciatoia, un’auto celebrazione per sentirsi dalla parte del buon senso, del giusto, dei vincitori di qualcosa che piega inesorabilmente l’asse della propria azione, che la rende differente, pallida o direttamente opposta. 

Meglio la sconfitta che la camomilla del successo costi quel che costi. Meglio la sconfitta che il delirio delle mille ragioni giuste per non cogliere la crisi che viviamo.

Rispondendo a una lettera di un carissimo lettore, aggiungo: io la penso così. Meglio una sconfitta che lasci un seme sotto la neve mediatica che mille inutilità da assuefazione. Meglio perdere a testa alta con dolore che vincere sorridendo a testa piegata col cappello in mano. Meglio perdere, perdersi, ritrovarsi in una mappa dei desideri e della lotta che un giorno potrebbe essere percorsa e agita. In tempi meno sospetti. In tempi in cui la resa incondizionata non è la regola e la paura di fallire non rappresenta la paura di vivere. 

Vecchia, usurata, ma buona: meglio sedersi dalla parte del torto e vivere la sconfitta in modo fertile che allinearsi alla massa dei vincitori, alle ragioni oblique che la rappresentano in questa fase storica culturale, etica e politica. 

Anche il barbiere anarchico e alchimista rurale è d’accordo. Non ti ho interrotto per rispetto e perché mi piaceva il suono dell’invettiva, dice, ma devi aggiungere che si vive meglio e in modo più agiato sedendosi dalla parte di chi ha potere, con sincera obbedienza e in uno stato filosofico di resa incondizionata. Giusto, concludo. Parafrasando Wittgenstein, si può vivere serenamente anche senza porsi dubbi o ragionare sulla parte del torto e sul senso delle sconfitte nella storia e nella filosofia. 

Penso ci sia anche altro, dice ancora il barbiere: credo si siano rotti tutti gli argini. Siamo in piena crisi epistemica, succede nei collassi sociali… La sconfitta è cogliere l’incomprensibilità del mondo senza sconti né deliri.

Un giorno o l’altro ti taglio i baffi, conclude il barbiere. Avercene, rispondo. 

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