Libia: l’indifferenza e l’isteria ci fanno male come la guerra

Flavio Lotti, moderatore della Tavola della Pace, elenca i comportamenti che non possiamo più permetterci. Temo invece che, a parte qualche concessione provvisoria all’iniziativa diplomatica, continueremo a farlo, nel pregiudizio comune che da un secolo resiste a chiunque  proponga di liberarsene. L’idea che guerra e capitalismo siano espressione della natura più che della storia umana e che qualunque politica, di destra o moderatamente di sinistra, che non sia fuga dalla realtà, debba metterli in conto. Così all’isteria di chi più o meno consapevolmente collabora allo “scontro di civiltà” si alterna l’indifferenza verso gli appelli di chi vorrebbe promuovere un incontro di civiltà. Che ciò nonostante è l’unica soluzione alla crisi globale che minaccia di distruggerci. Ostacolata da tutti coloro che, perseverando nel pregiudizio, rifiutano di impegnarsi in una vera lotta alle disuguaglianze e, come si è espresso recentemente Papa Francesco, a “un’economia che uccide” (nandocan). 

Pace tavola***di , 18 febbraio 2015* – Siamo contenti che lo abbia detto anche Matteo Renzi: “Non si può passare dall’indifferenza all’isteria!” Non è serio né utile: è dannoso! Eppure è accaduto ancora una volta davanti alla tragedia libica e alle nuove minacce del cosiddetto Stato Islamico. Dopo un lungo periodo di noncuranza (che ce ne frega di quello che succede nel mondo!) accade qualcosa che colpisce direttamente le nostre emozioni, risveglia quel che resta del nostro senso del pericolo e provoca una reazione scomposta, isterica. Ed è come una bomba d’acqua che si scarica su di noi con smisurata violenza bellicista. “L’Isis ci minaccia ma noi siamo pronti a combattere” “Serve un intervento militare in Libia” “La guerra è alle porte e l’intervento è diventato urgente” “Alla guerra come alla guerra” “Se in Afghanistan abbiamo mandato a combattere 5000 uomini, in un paese come la Libia che ci riguarda molto più da vicino la nostra missione sarà ancora più impegnativa”.

L’isteria è una malattia che deforma la realtà, produce contorsioni, deliri, angosce e nuovi conflitti. E quando colpisce alcuni dei responsabili delle istituzioni, della politica e dell’informazione fa molto male a tutti. Per questo dobbiamo trovare il modo di curarla.

La tragedia libica ci dice, per l’ennesima volta, che non possiamo più:
1) permetterci di chiudere gli occhi sulle tante, troppe guerre e crisi che infiammano il mondo;
2) continuare ad arrivare tardi sui problemi che ci stanno davanti e lasciare tutto nelle mani dei responsabili di tanta negligenza politica;
3) ripetere sempre gli stessi errori delegando agli eserciti e ai bombardamenti la soluzione dei problemi che la politica non ha saputo (o voluto) risolvere;
4) gestire i problemi della sicurezza con le logiche e gli strumenti arcaici che anche in questi anni di crisi distruggono decine di miliardi di euro dei nostri bilanci;
5) difendere i nostri valori e interessi in un mondo così complesso e veloce senza dotarci di una visione politica, risorse finanziarie, personale qualificato e strutture adeguate;
6) trattare l’Onu come un “quadro” o una “cornice” da invocare un giorno e ignorare l’altro senza mai metterla nelle condizioni di agire come dovrebbe;
7) invocare l’Europa e non avere un progetto per costruirne una migliore;
8) trattare il Mediterraneo come il confine meridionale dell’Europa e poi pretendere che gli altri non facciano altrettanto;
9) avere un sistema d’informazione che ci acceca e non ci aiuta a capire;
10) tollerare chi strumentalizza politicamente i drammi, l’insicurezza e le paure di tante persone fomentando odio, disprezzo e divisioni.

Se vogliamo uscire da questo incubo cominciamo col mettere al bando l’indifferenza e l’isteria. Usiamo l’intelligenza.

* Tavola della pace, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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