Lettera aperta di un ex al nuovo consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti

Roma, 30 0ttobre 2017 – Ciò che contraddistingue l’Ordine dei Giornalisti rispetto alla rappresentanza sindacale dei medesimi è la sua natura di ente pubblico, posto a garanzia di libertà, autonomia, dignità e qualità della professione, non a difesa della categoria in quanto tale, ma soprattutto del diritto dei cittadini ad essere correttamente informati, premessa indispensabile per la democrazia e per l’equilibrio dei poteri in uno Stato di diritto. Ma da tanto tempo, ormai, il venir meno dell’autorità e del prestigio necessari per svolgere questa funzione sociale ha indotto molti, anche tra noi giornalisti, a dubitare della sua utilità se non addirittura ad auspicarne l’abolizione.

Avendo io avuto un ruolo in passato sia nel consiglio nazionale dell’Ordine che nel sindacato, ho verificato più volte che il ritardo nella riforma di una legge vecchia e inadeguata da parte del Parlamento doveva attribuirsi in primo luogo alla difesa dello statu quo da parte di politici ed editori interessati ad avere mani libere con una categoria giuridicamente debole oltre che mal pagata. In secondo luogo all’insufficienza dei consigli regionali e nazionale dell’Ordine nel provvedere ai due compiti fondamentali indicati  dalla legge: accesso alla professione e rispetto della deontologia. Ma al punto in cui ormai ci troviamo, con il precariato diffuso che costringe a condizioni di lavoro intollerabili, riesce difficile perfino immaginare il recupero di una professionalità dignitosa. E incalcolabile il danno arrecato alla consapevolezza critica dei cittadini in  rapporto alla politica e alle istituzioni. Quasi ovunque la ricerca della verità cede il posto alla post verità del populismo di ogni colore.

La post verità può apparire una formula sibillina, ma vuol dire semplicemente confondere le opinioni coi fatti. Occultandone alcuni, mistificandone altri. Nelle cronache, ma soprattutto nei titoli e nei sommari dei tg, che poi sono quelli che la maggior parte si limita a leggere e ad ascoltare. Inutile dire che la fretta imposta dai turni di lavoro ma soprattutto dalla necessità per un giornalista precario di moltiplicare i servizi per guadagnarsi la giornata collaborano al risultato. Si può dire che la rinuncia ad indagare ripiegando sul copia e incolla o sul luogo comune viene da sé. Al cane da guardia si sostituisce il cane da salotto. Oppure il cane da combattimento. Così tra i media come nella politica vince chi in pullman, in treno, in piazza o in televisione è più capace di far passare la propria, di post verità. Ecco perché è necessario che d’ora in avanti, superando rivalità e divergenze del passato, l’azione della FNSI e dell’Ordine procedano di conserva.

Per questo, rallegrandomi per la sua elezione alla presidenza dell’Ordine, ho scritto al mio caro, vecchio amico Carlo Verna che lui e il nuovo consiglio nazionale rappresentano oggi  l’ultima occasione per risalire la china. Riabilitando con ogni mezzo, nella formazione professionale come nella selezione attraverso gli esami, nei procedimenti disciplinari come nelle ammonizioni collettive, il rispetto della “verità sostanziale dei fatti”. Riuscendo a far approvare dal Parlamento una riforma che da oltre vent’anni le organizzazioni dei giornalisti sollecitano. Ma anche, nel frattempo, a far rispettare, con maggior rigore di quanto è avvenuto in passato, quell’obbligo “inderogabile” che in forza dell’articolo 2 della legge in vigore hanno già tutti i giornalisti: “il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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