Lettera al Presidente Matteo Renzi

Renzi Berlusconi 3Proprio una bella lettera, puntuale, rigorosa, con argomenti che è difficile contestare. Se qualcuno vuol provare a farlo, può scrivere il suo commento in coda a questo post. E’ un po’ lungo, ma vale comunque la pena di essere letto integralmente e diffuso. Fatelo, per favore. Il grassetto è di nandocan.

***da Silvia BIANCHI unitamente a tutta la Redazione di ESSERE SINISTRA, 23 novembre 2014 – 

Caro Presidente Renzi,
la Sua lettera a Repubblica mi chiama in causa personalmente. Nel rispondere all’editoriale del Direttore Mauro, Lei cita “qualcuno” che vuole farLe “l’esame del sangue” riguardo alla Sua “idea di sinistra”: senza il Suo permesso, vorrei farglieLo io.

Lei rivendica “con fierezza ed orgoglio” “l’appartenenza del Partito Democratico alla sinistra, alla sua storia, la sua identità plurale, le sue culture, le sue radici”, citando “Berlinguer e Mandela, Dossetti e Langer, La Pira e Kennedy, Calamandrei e Gandhi”; afferma che il Suo partito è “dalla parte dei più deboli” e che “nei comportamenti concreti, nelle scelte strategiche, il Pd sa da che parte stare”.

Sono un’elettrice di sinistra che nel 2013 e nel 2014 ha votato Pd e vorrei, con tutto il cuore, riconoscermi nel partito che Lei guida; ma devo, con grandissimo rammarico, ammettere che mi è impossibile, perché “nei comportamenti concreti, nelle scelte strategiche”, il Partito Democratico corrisponde pochissimo alla descrizione che Lei ne fa nella Sua lettera.
Può forse dire di ispirarsi al pensiero di Langer chi ha promosso il decreto “Sblocca Italia”, basato sulla filosofia del cemento e delle trivelle? Può citare Gandhi nel suo pantheon chi continua a promettere, senza mantenerlo, il dimezzamento delle spese per l’acquisto degli F-35? E’ erede di Mandela chi si dimentica di portare in aula lo ius soli e di affrontare il dramma delle condizioni dei carcerati italiani? Può dichiararsi “dalla parte dei più deboli” chi non prevede, nella manovra finanziaria, neppure uno spicciolo per la lotta alla povertà?

Mi dispiace, Presidente: non è sufficiente iscrivere il Pd al Partito Socialista Europeo per potersi dichiarare “di sinistra”; per poter rivendicare che quelle, bellissime, della Sua lettera siano “parole che producono fatti”. Così come non basta affermare di avere “profondo rispetto per il lavoro e per i lavoratori che il sindacato rappresenta”, di essere “pronto sempre al confronto” e di non “cercare lo scontro”, se poi queste parole sono smentite da altre che manifestano disprezzo verso i rappresentanti sindacali, accusati di “passare il tempo ad inventare ragioni per fare scioperi“; se non si dà alcuna risposta di merito alle loro obiezioni.

Se i lavoratori scendono in piazza, non è per un motivo “politico”, come Lei sostiene; ma per protestare contro una riforma, il cosiddetto Jobs Act, che prolunga il dualismo nel mondo del lavoro, facendolo divenire un fatto “generazionale” (la tutela contro il licenziamento illegittimo sarà diversa per i contratti oggi già in essere e per quelli che verranno); che indebolisce i lavoratori, rendendo gli imprenditori “liberi di licenziare”, come Lei ama ripetere; e che, estendendo di fatto a tutta la vita professionale la precarietà che già affligge molti lavoratori, non riuscirà a sanare la “disoccupazione a doppia cifra che cresce in questo Paese”. Se i sindacalisti vogliono incontrarLa, è per chiederLe in quale modo intende finanziare “ una rete di strumenti di welfare che sostenga chi perde il lavoro e lo metta in condizione di trovarne un altro”, o con quali risorse potrà “dare tutele alle donne che non hanno garanzie se aspettano un figlio”. Da Lei, i lavoratori attendono risposte; non un’inutile polemica “ sul sindacato che non ha manifestato contro la Legge Fornero e oggi manifesta contro il Jobs Act.”

Nello stesso modo, non è sufficiente definire il Pd un “progetto collettivo”, contrapposto all’ “uomo solo al comando” (che non è, come Lei scrive, una fantasia di chi Le “vuole male”, ma uno slogan che Lei stesso usava poco più di un anno fa), per cancellare il disprezzo che Lei ha più volte espresso verso le minoranze del partito e l’impressione che nel Pd non trovi più cittadinanza un pensiero “di sinistra”, che Lei ha rifiutato, definendolo “radicale” ed “identitario”. Quella del Pd è davvero una “sfida plurale”; ma non si può raccoglierla sottoponendo in continuazione i propri parlamentari al ricatto del voto di fiducia, che li espropria della possibilità di emendare le proposte di legge del governo (anche gli emendamenti, infatti, vengono sempre dall’esecutivo in sede di Commissione, mai in aula).

Lei capisce perché mi è impossibile definire il Pd un partito “di sinistra”: troppo grande è la distanza tra i valori e i princìpi di quella parte politica, che la Sua lettera enuncia perfettamente, e la prassi quotidiana del Suo partito.
Sono consapevole che il governo è condizionato dalla presenza di forze di centro-destra nella maggioranza parlamentare che lo sostiene. E, infatti, la Sua scelta di prolungare fino alla fine della legislatura l’esperienza delle “larghe intese” mi sembra in profonda contraddizione con i propositi espressi nella Sua lettera: Lei afferma che “le regole del gioco si prova a cambiarle assieme per poi tornare a dividersi su tutto il resto”; ma quel “tornare a dividersi” pare, nelle Sue intenzioni, rimandato al 2018. Come sarà possibile “cambiare l’Italia da sinistra”, evitando di “farlo fare ai mercati, da fuori”, se si rimane entro un “disegno neocentrista” che Lei dice di aver “sparecchiato”, ma che in realtà domina la scena politica italiana dal 2011 e continua a perseguire, con costanza e determinazione, le ricette prescritte dalla famosa lettera che Draghi e Trichet inviarono al governo italiano nell’estate di quell’anno?

Ora, caro Presidente, sta a Lei dimostrarmi che mi sbaglio: che il mio voto non è stato tradito e che l’identità di sinistra, che Lei rivendica al Suo partito, corrisponde alle sue scelte e ai suoi comportamenti.
Ci vorrà un profondo, radicale “cambia verso”: spero che a questo vorrà dedicare la Sua attenzione e le Sue energie. Perché “il tempo delle parole, giuste o sbagliate, slegate dai fatti, è un tempo che abbiamo deciso di lasciarci alle spalle per sempre”.

Rispettosamente, Silvia Bianchi, da Bergamo.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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